O diventiamo tutti empatici con i processi trasformativi oppure la trasformazione ci fagociterà o ci espellerà e non ce ne saremo nemmeno accorti.
Nodi al pettine in una manciata di giorni, di settimane. Pensioni, scuola, immigrati, clandestini, ripresa industriale, persino il calcio marcio. Renzi si sgola tra un’intervista e l’altra e con una consolatoria alluvione di tweet a spiegare e a mediare, ad annunciare apertura di dialogo ma anche punti di fermezza e chiusura.
Diciamolo subito con chiarezza: il problema è quello della grande trasformazione che non capiamo e che ci fa paura. E il Governo Renzi e il Governo Europeo come gli organismi internazionali fanno quello che possono. Mediano e cercano di riformare. Il problema è sempre quello di non fermarsi al tassello ma di cercare di guardare tutto il mosaico.
E’ ovvio che non puoi risolvere il problema delle pensioni se non guardi il problema del lavoro; è ovvio che non risolvi il problema del lavoro se non guardi al problema complessivo della istruzione, della formazione della masterizzazione dei nostri laureati; è ovvio che non puoi risolvere da solo il problema dell’arrivo dei migranti e dei clandestini, compresi presunti terroristi, fenomeno fino ad ora escluso, se non guardi al problema dell’intera regione euro-africana, al quadrante del Mediterraneo che sembra racchiudere in questi mesi tutte le frizioni e le contraddizioni del mondo. Come direbbe un antropologo olistico: tutto si tiene e tutto è connesso.
E la parola che spiega tutto è proprio quella che diamo più scontata e a volte ci fa silenziosamente paura ma che non ci sprona ad adeguarci: trasformazione.
Paura di tutto e delirio di onnipotenza, proiezioni di futuro remoto ed esigenza di certezze antiche nel cui quasi infinito percorso ci sono i diritti dei nonni (a propositivo di pensioni) ed esigenze dei nipoti (a proposito di patto tra generazioni) , dove convivono la domanda di filosofia e di archeologia ma insorge pure la richiesta bollente di manifattura e di chimica dei materiali, dove si inseriscono (a proposito di migrazione) le teorie dell’inclusione e le forse della fermezza e del blocco navale o aereo.
Gli estremi non debbono diventare estremismi come riusciamo a fare noi italiani benissimo sempre alle prese con divisioni e contrapposizione, aiutati anche dal fatto che ogni 11 mesi andiamo a votare e quindi un po’ litigare dobbiamo, ma le trasformazioni vanno capite, aiutate e digerite e non concepite come trasformismi.
Pensioni diverse, scuola da ripensare , migranti che non sono solo clandestini, lavoro e industria che non hanno la stessa parentela di dieci anni fa, calcio marcio e goal fantasma , tecnologia che ci invade di password e cancella privacy, classi virtuali, bonus al posto di diritti, e via seguitando con esempi quasi infiniti, sono le facce assolutamente temporanee ma acute del cambiamento costante che si chiama trasformazione, malgrado noi. O diventiamo tutti empatici con i processi trasformativi oppure la trasformazione ci fagociterà o ci espellerà e non ce ne saremo nemmeno accorti. Pensavamo di stare al mare.

Lascia un commento