Nel mondo globalizzato sono più apprezzate le “opportunità” delle “eguaglianze”. Ed è questa la ragione per cui la sinistra, per essere competitiva, deve innovarsi. Il caso italiano.
In Gran Bretagna governa Cameron, in Germania la Merkel, in Spagna Rajoy. Tutti esponenti di centrodestra. In Francia e negli USA sono al governo leader di centrosinistra, Hollande e Obama, ma entrambi sono in forte difficoltà e gli avversari di centrodestra sono attualmente in testa alle preferenze dell’elettorato. Viene da chiedersi quali siano le ragioni per cui in un momento di perdurante crisi economica la sinistra non vinca le elezioni o sia in svantaggio rispetto alla destra. La ragione è semplice. Il mondo è cambiato. Il XXI secolo è lontano mille miglia dal ‘900. La sinistra è vecchia. Non si è adeguata. La sua parola d’ordine è “uguaglianza”, il che postula uno Stato forte e un alto livello di tassazione per finanziare il welfare. Due presupposti che mal si conciliano con il sempre più forte anelito alla libertà individuale. La parola d’ordine della destra è invece “opportunità”, il che presuppone sviluppo economico e merito, anche se a discapito di maggiori differenze sociali. Ed è questo quello che vuole oggi la gente, almeno in via prevalente. Regole e opportunità. Perché senza regole non ci possono essere nemmeno le opportunità. Tutti, ai nastri di partenza, devono avere, per quanto possibile, le stesse chance. Il mondo globalizzato poggia su questo cardine e, volenti e nolenti, i singoli paesi devono adeguarsi. L’individuo ha avuto la meglio sullo Stato. Il singolo sulla collettività. E’ un terreno culturale favorevole alle idee di base della destra. La sinistra, se non cambia, non può essere della partita. Blair in Inghilterra governò dal 1997 al 2007 perché innovò profondamente il Labour. Quando poi i laburisti, con Milliband, sono tornati ai santi vecchi sono stati sonoramente sconfitti. In Italia la situazione è ancora più netta. Qui abbiamo una destra che non ha mai fatto la destra, sia quando è stata al governo (ed è proprio la mancata “rivoluzione liberale” che ha deluso milioni e milioni di elettori) sia ora che è all’opposizione, e una sinistra che si sta adeguando al mondo di oggi. Il combinato di questi due elementi fa si che le elezioni servano non tanto a stabilire chi deve governare ma a fotografare quanto sia il distacco fra i due schieramenti. Con un handicap però per Renzi, che è il Tony Blair italiano. Che i suoi candidati locali non sempre sono dei suoi epigoni. Nel PD c’è ancora tanto del vecchio. In diverse realtà può accadere che il nuovo, potenziale elettore democratico, sia scoraggiato proprio dalle candidature locali. Valga per tutti l’esempio toscano. La situazione, che sul territorio è a macchia di leopardo, lascia ancora spazio ad una riorganizzazione del fronte moderato. Solo che sembra indispensabile, per il centrodestra, passare da un bagno di sangue alle regionali.

Lascia un commento