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PENSIERI E OPERE DI DENIS VERDINI: COME FARE CARRIERA A SUON DI SCONFITTE

Se la teoria del leader carismatico, a cui offrire una struttura per raccogliere il consenso, senza porsi interrogativi e dubbi di alcun genere, è stato il segreto del successo, fino a qualche mese fa, e della carriera improvvisa dell’ex-repubblicano ( allievo di Spadolini! ) è probabile che, senza contare altri motivi più materiali, sia anche la fine della sua parabola politica.
Di Franco Camarlinghi

di Franco Camarlinghi | 18 Agosto 2010

Dicono che Berlusconi, in questi giorni, stia lavorando alla riorganizzazione del Pdl, o di quanto rimane di quest’ultimo dopo la separazione ( cruenta! ) con il cofondatore Gianfranco Fini.
Non è dato sapere se, chino sul tavolo di lavoro del Cavaliere, anche Denis Verdini partecipi a tale progetto.
La questione sta a cuore a noi toscani, se non altro per il fatto che fra le cose che hanno riportato la nostra regione all’attenzione del dibattito politico nazionale, c’è, a buon diritto, anche l’oscura e drammatica vicenda del coordinatore nazionale del Pdl che ora si arricchisce delle accuse della Banca d’Italia.
Ma non è di questo che vogliamo parlare, ma del “pensiero politico” di un piccolo banchiere della periferia fiorentina, divenuto negli anni un boss del partito di maggioranza relativa.
Siccome le fonti di questo pensiero non godono di una letteratura appena sufficiente, è utile fare riferimento ad un’affermazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, simpatico e onesto democristiano della rossa Emilia , apparsa sulla Discussione di martedì scorso,
Dice Giovanardi, chiedendo di fatto l’estromissione di Verdini dal suo attuale ruolo, che le sue interviste e dichiarazioni sono incredibili, perché partono dal presupposto che nel Pdl ci sia uno che comanda e che pensa, e tutti gli altri che devono eseguire.
In effetti, per quanto si è potuto capire dalla gestione del Pdl ( e prima di Forza Italia ) che Verdini ha fatto a Firenze e in Toscana, la considerazione di Giovanardi non appare lontana dalla realtà.
Una conduzione all’insegna di un autoritarismo assoluto, con la definizione di una classe dirigente totalmente octroyé, dedita a presidiare una sequela di sconfitte e a salvaguardare, casomai, un unico potere di interdizione, quello della conservazione di interessi economici più o meno legittimi, che sarà compito della magistratura giudicare.
Se la teoria del leader carismatico, a cui offrire una struttura per raccogliere il consenso, senza porsi interrogativi e dubbi di alcun genere, è stato il segreto del successo, fino a qualche mese fa, e della carriera improvvisa dell’ex-repubblicano ( allievo di Spadolini! ) è probabile che, senza contare altri motivi più materiali, sia anche la fine della sua parabola politica.
Una platea, per quanto vasta, di traduttori del verbo del Capo, priva di qualsiasi ruolo di mediazione intellettuale, di qualsiasi autonomia di riflessione e di proposta, può essere vincente finché lo stesso Capo è nel pieno della sua capacità di seduzione e di presa popolari, poi diventa perdente.
Berlusconi è al termine di una lunga fase di questa capacità e, anche se dovesse prevalere elettoralmente per un’altra volta, per mancanza di concorrenti all’altezza, come dice Montezemolo, le cose non potrebbero più essere come nel passato.
Verdini è stato ( per questo deve essere entrato così rapidamente nelle corde di “meno male che Silvio c’è” ) l’interprete più efficace e altrettanto ingenuo di un impulso alla negazione di un partito tradizionale, come è certamente in una parte del pensiero di Berlusconi. Ma Berlusconi è un camaleonte politico in grado di accorgersi dei limiti che deve superare per mantenere il centro della scena.
E un leader vero (e Berlusconi lo è ) si rende conto di quando deve comunque cambiare la sua struttura di servizio e di conseguenza i relativi maggiordomi.
Per tali ragioni la vicenda di Verdini, in un tempo più o meno breve, è destinata ad esaurirsi.
Il carisma insegue se stesso finché può, naturalmente; il semplice pensiero politico di Denis – le cui radici è inutile cercare nelle diverse tradizioni filosofiche o sociologiche del novecento, ma forse e più opportunamente fra la sua terra di origine ( la Lunigiana ) e la pianura di Campi Bisenzio – diventerà inutile o dannoso.
Certo, sul momento, occorre fare quadrato contro l’assedio giudiziario nei riguardi dei vertici del movimento del Cavaliere ( ma da ieri c’è anche Bankitalia ad accusare ).
Poi però se non vorrà estendere il modello perdente di Verdini in Toscana a tutta l’Italia, dovrà per forza porre mano a qualche modifica.
Chissà se le ansie che, in qualche modo, sono apparse fra gli esponenti del Pdl fiorentino e toscano sapranno diventare consapevolezza di tale situazione, per reagire e sostituirsi al proconsole locale; del resto il carisma Verdini non ha mai preteso di averlo e anche per il prossimo futuro basta e avanza quello di Berlusconi.

Franco Camarlinghi ( dal Corriere Fiorentino )

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