
Ogni volta che i conti pubblici entrano in difficoltà, torna puntuale la stessa proposta: una patrimoniale. Più o meno pesante, più o meno mascherata, più o meno temporanea. E ogni volta viene presentata come la soluzione capace di salvare lo Stato sociale, finanziare pensioni, sanità, assistenza e servizi pubblici.
Il problema è che una patrimoniale può trasferire ricchezza, ma non può crearla.
Qui si trova il vero nodo della questione. Se un Paese utilizza le entrate straordinarie derivanti da una patrimoniale esclusivamente per sostenere la spesa corrente, il risultato finale è identico a quello di chi riempie una vasca senza mai riparare la perdita sul fondo. Per qualche tempo il livello dell’acqua sale, poi torna inevitabilmente a scendere.
Lo Stato sociale non produce ricchezza. La redistribuisce. È una funzione necessaria in qualsiasi società moderna, ma non può diventare l’unico motore economico di una nazione. Se la ricchezza da distribuire diminuisce, prima o poi il sistema entra in sofferenza indipendentemente dal livello di tassazione.
L’Italia vive da decenni questo paradosso. Si discute continuamente di come reperire nuove risorse, mentre molto meno si parla di come generare nuova ricchezza. Si tassano patrimoni, redditi, consumi, successioni, immobili, imprese e risparmi, ma si investe troppo poco nei fattori che determinano la crescita reale di lungo periodo.
Produttività, innovazione tecnologica, ricerca scientifica, infrastrutture moderne, formazione tecnica, digitalizzazione industriale e competitività internazionale dovrebbero essere il centro di qualsiasi strategia economica seria. Sono questi gli strumenti che permettono di aumentare la quantità di ricchezza prodotta da una nazione.
Esiste però un ulteriore paradosso tutto italiano. Da una parte si continua a denunciare il peso del debito pubblico, dall’altra il Paese possiede una ricchezza privata che supera abbondantemente il debito stesso. Una massa enorme di capitale che, anziché trasformarsi in investimenti produttivi, innovazione, ricerca, sviluppo industriale e crescita tecnologica, spesso rimane immobilizzata in strumenti a bassissimo rischio e bassissimo rendimento oppure semplicemente parcheggiata nei conti correnti e nei depositi bancari. E tutti credo abbiano compreso che se parte della massa monetaria non viene utilizzata come autofinanziamento del sistema e resta ferma, vale zero, se non per il suo valore nominale a garanzia di un debito pubblico che continua ad aumentare anno dopo anno.
Si crea così una situazione quasi surreale. Lo Stato cerca denaro per finanziare la propria spesa, mentre una parte consistente della ricchezza nazionale resta ferma, improduttiva e incapace di generare nuovo valore economico. Non perché i cittadini siano irresponsabili, ma perché il sistema nel suo complesso non offre sufficienti garanzie, incentivi e prospettive di rendimento per indirizzare quei capitali verso l’economia reale.
Quando un imprenditore, un professionista o un risparmiatore percepisce instabilità normativa, pressione fiscale elevata, burocrazia crescente e scarsa tutela degli investimenti, la conseguenza naturale è la ricerca della sicurezza anziché del rischio produttivo. Il denaro si rifugia dove può essere protetto, non dove potrebbe essere moltiplicato.
A tutto questo si aggiunge un fattore raramente affrontato con la necessaria onestà intellettuale. L’Italia è diventata una delle società più anziane del mondo. Un Paese che invecchia non cambia soltanto dal punto di vista demografico. Cambia anche culturalmente. Quando l’età media cresce costantemente e le nuove generazioni diminuiscono, tende ad affermarsi una visione sempre più orientata alla conservazione del presente piuttosto che alla costruzione del futuro.
La conseguenza è che il dibattito pubblico si concentra prevalentemente sulla difesa delle rendite esistenti, dei patrimoni accumulati e degli equilibri acquisiti. Molto meno spazio viene dedicato agli investimenti che producono risultati nel lungo periodo, perché il lungo periodo richiede una prospettiva che una società anziana fatica sempre di più ad avere.
L’Italia sembra vivere all’interno di una bolla temporale conservatrice e di corto respiro, nella quale l’obiettivo principale non è costruire il Paese dei prossimi trent’anni ma preservare quello degli ultimi trenta. Una nazione che pensa al futuro investe in tecnologia, ricerca, energia, industria avanzata e formazione. Una nazione che pensa esclusivamente al presente tende invece a distribuire risorse per mantenere gli equilibri esistenti.
In questo contesto la patrimoniale diventa quasi una scorciatoia culturale prima ancora che economica. Consente di rinviare il confronto con i problemi strutturali della competitività, della produttività e dell’innovazione. Permette di trovare risorse immediate senza affrontare la questione fondamentale: come creare le condizioni affinché il Paese torni a crescere.
Il quadro peggiora ulteriormente quando l’ideologia prende il sopravvento sull’economia. In Italia il tema della patrimoniale è diventato negli anni uno dei cavalli di battaglia della sinistra politica. Non viene quasi mai presentato come uno strumento straordinario e temporaneo, ma come una soluzione ricorrente, una sorta di risposta universale alle difficoltà finanziarie dello Stato.
La logica è semplice: individuare una categoria ritenuta privilegiata, promettere una redistribuzione della ricchezza e trasformare il tutto in consenso elettorale. Una moderna versione di Robin Hood che funziona molto bene nelle campagne politiche, ma assai meno quando deve confrontarsi con la realtà economica.
Il problema è che nessuna società può rafforzarsi indebolendo progressivamente la propria capacità di accumulare capitale, investire e produrre ricchezza. Se il patrimonio privato viene considerato esclusivamente come un serbatoio da cui attingere ogni volta che mancano risorse pubbliche, si genera inevitabilmente un clima di sfiducia che spinge famiglie e imprese a difendersi anziché investire.
Paradossalmente, una politica che dichiara di voler proteggere il welfare rischia di compromettere proprio le basi economiche che permettono di finanziarlo. Meno investimenti significano meno crescita. Meno crescita significa meno gettito. Meno gettito significa nuove tasse. E il ciclo ricomincia.
È il classico loop italiano che si trascina da decenni.
La storia economica insegna che nessun Paese è diventato prospero tassando sempre di più ciò che possiede. Le nazioni che hanno compiuto salti di qualità lo hanno fatto aumentando la propria capacità produttiva, innovando i processi industriali, investendo nella tecnologia e creando condizioni favorevoli per chi produce beni, servizi e occupazione.
La domanda corretta non è quanta ricchezza possa essere redistribuita.
La domanda corretta è quanta nuova ricchezza possa essere creata.
Finché il dibattito politico continuerà a concentrarsi su come spartire una torta esistente anziché su come farla crescere, l’Italia continuerà a rincorrere i propri problemi senza mai risolverli davvero.
Perché il vero problema del Paese non è la mancanza di patrimoni da tassare.
È la mancanza di una visione capace di trasformare la ricchezza esistente in investimenti, innovazione, competitività e sviluppo.
Piero Terracina

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