Anche Parmenide si pose dunque all’ascolto di un detto e in specie del detto di Dike, la dea greca della giustizia. Ma, Parmenide non fu certo il primo né sarà l’ultimo allievo di una tradizione orale e scritta che risale alla prima forma del linguaggio dell’uomo immerso nella “natura” circostante. In particolare, però, Parmenide è considerato il più antico allievo di una tradizione mista che si rifà cioè a un linguaggio ritenuto sia propriamente mitico che logico. Una sorta, potremmo dire, di “anello di congiunzione” della più antica tradizione di coloro che Heidegger chiama, come già anticipato, “pensatori iniziali”.
Ma, cosa Dike dice, innanzitutto, a Parmenide?
“… Bisogna che tutto tu sappia, sia della verità rotonda il sapere incrollabile sia ciò che sembra agli uomini, privo di vera certezza. Saprai tuttavia anche questo, perché le parvenze dovevano plausibilmente stare in un tutto, pur restando” (fr. I, 28-32). Attraverso le parole di Dike, sembra risuonare l’eco di un’apparente “contraddizione”, e quindi, per bocca di Dike, un’“ingiustizia”: “perché le parvenze dovevano plausibilmente stare in un tutto, pur restando”.
Si tratta di un antico detto di una tradizione che, nel linguaggio della filosofia greca, risale fino alle origini, tradizionalmente, della filosofia, ad Anassimandro. Infatti, il (più famoso) detto di Anassimandro(così noto) ripete che “Ma da ciò da cui per le cose è il nascere, nasce anche l’uscire verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti l’un l’altra giustizia e ammenda per l’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”.
Per Anassimandro, è dunque il tempo che rende ingiustizia alle cose. Il tempo, nell’ordine del quale nascono le distinzioni e mediante ogni distinzione è separato lo spazio-aperto e originario del caos. Così, accade che l’uomo si metta alla ricerca di un qualcuno o qualcosa che gli renda “giustizia”, che lo salvi dalla separazione natia e lo ri-conduca all’unità perduta del grembomaterno. Una sorta, comunque, di reductio ad unum.
Ma, è detto anche che: Sarebbe stato meglio per lui, se quell’uomo non fosse mai nato! Così l’evangelista Marco (14,21) fa dire a Gesù nei confronti di chi poi lo tradirà. Sarebbe stato meglio, ma non lo sarà, e quindi evidentemente non lo è stato. Come appare altrettanto evidente che non lo possa più essere. Anche se di questo e quant’altro non esiste “certezza” e non sappiamo se esisterà mai. Almeno fino a quando, come dice la dea di Parmenide, si tratti di “opinioni dei mortali”.
Occorrerebbe forse uscire dalla condizione umana, ammesso che ciò sia possibile. Diventare dio ori-tornare a essere dio e, per la dritta via dantesca, accedere di nuovo al Paradiso o giardino ospazio del caos che fu in origine. Un “bisogno” che, in passato, ha già preso la forma dell’immortalità – con Gilgamesh e quanti altri l’hanno preceduto nella via o percorso o sentiero dell’esistenza – estesa nei testi vedici di esegesi liturgica, che sono i Brahmana (XI – IX sec. A.C.), anche al mondo animale.
Ma qual è questa via dei Brahmana? E’, semplicemente (si fa per dire), questa o quella della satyaovvero “ciò che possiede esistenza, il reale” (S. Lévi).
Ma, si legge ancora nel testo dell’Aitareya-Brahmana: “Quale uomo è capace di dire sempre la realtà?” (Ait., I, 6, 6). Parafrasando Lévi, i più saggi ancora indietreggiano davanti alla gravosità di tale obbligo: “I parenti di Aruna Aupavesi gli dissero: Hai raggiunto l’età, installa i fuochi sacri. Disse: Allora ditemi di restare in silenzio; poiché, una volta installati i fuochi, non bisogna dire niente di inesatto; ma quando si parla è impossibile non dire niente di inesatto” (Satapatha-Brahmana, II, 2, 2, 20).
Installare i fuochi sacri significa che “la coppia per eccellenza (n.d.r.: potremmo anche dire “la distinzione originaria”) è la fiducia nel sacrificio unita alla realtà” (Ait., XXXII, 9, 4), e cioè ripete Lévi: “la pratica esatta del sacrificio” o “L’esattezza, la realtà, è il sacrificio” (Maitrayani-Samhita, I, 10, 11) o ancora: “Ci sono due cose, non ce ne sono tre: la realtà da un lato, l’inesattezza dall’altro. La realtà, sono gli dei; l’inesattezza, sono gli uomini; la via degli dei è la via dell’esattezza. Che sarebbero gli dei, se incorressero in una trasgressione? Direbbero allora un’inesattezza; gli dei invero seguono un’unica pratica, la realtà, ed è per questo che la loro conquista è indistruttibile” (Satapatha-Brahmana, I, 1, 1, 4; I, 1, 1, 4; IV, 3, 4, 16; III, 4, 2, 8).
Concluderei, per ora, affermando che sia emersa nell’uomo, sin dalla più remota antichità, quella capacità, che altrimenti lo contraddistingue, di ri-flettere su se stesso e la natura circostante. Il verbo riflettere, che indica dunque un’azione ma il cui termine in origine è stata una semplice parola (verbum), ovvero un detto, significa ripiegare: da re, di nuovo, e flectere, piegare. “Fisicamente accenna all’angolo che fanno i raggi solari sulle superfici piane e terse, e poi si applica all’anima, paragonando questa a uno specchio (n.d.r.: sempre lo stesso, che è stato di Narciso, Alice, in Biancaneve e tanti altri ancora), ad acqua tranquilla”. Plausibilmente, è invece termine che traduce il greco antico δοκίμως. Ma il termine è traducibile anche come “perfettamente” o “convenientemente”, ed è quanto sostiene la dea di Parmenide. Un’immagine, corrispondente? A me sovviene, lo specchio dell’acqua tranquilla in cui si dis-vela (cfr. Heidegger)la Lucy di Luc Besson
Angelo Giubileo
4° capitolo del saggio “Il mondo secondo Parmenide”
[button color=”orange” size=”small” link=”http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2016/10/Il_mondo_secondo_Parmenide.pdf” ]La versione PDF de Il Mondo secondo Parmenide di Angelo Giubileo è disponibile per il download [/button]

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