Ram Lubhay di anni 43 indiano, senza fissa dimora, senza fonte di sostentamento, vive da tempo in Italia. Destinatario di un provvedimento di espulsione datato un anno fa, successivamente risultava titolare di permesso di soggiorno. Poiché appena scaduto e mancando le condizioni per il rinnovo, sussiste nuovamente per lui la condizione di clandestino. Già segnalato per furti di rame, ma pare senza precedenti per droga e ricettazione come notato in precedenza da alcuni media. Fino al 16 agosto scorso, salvo la polizia, nessuno aveva badato alla precarietà alternata all’illegalità che ne caratterizzavano l’esistenza. Poi, appunto a metà agosto, sul lungomare di Scoglitti in provincia di Ragusa, Ram Lubhay è stato arrestato e indagato per il tentativo di sequestro di una bimba di 5 anni. Dopo due interrogatori, con la ricostruzione dei fatti è stata formalizzata l’accusa di tentato sequestro di minore a cui ha fatto seguito la denuncia a piede libero e il contestuale rilascio. Secondo quanto dichiarato dai genitori della piccola e dai testimoni, s’è trattato di un sequestro non andato a compimento per il pronto intervento dei familiari che hanno affrontato l’indiano prima che riuscisse a far perdere le tracce. La mamma della bambina, dopo aver inutilmente sperato che Lubhay se non carcerato in considerazione dell’accusa fosse almeno allontanato dall’Italia, si è sfogata con un esplicito giudizio: “Vomito davanti alla legge italiana”. Nei giorni successivi, a seguito delle polemiche e del clamore mediatico suscitato, Ram Lubhay è stato trasferito nel Cie di Caltanissetta e anche se si terrà il processo a suo carico, a prescindere dall’esito, verrà rimandato nel suo Paese.
La cronaca risulta del tutto verosimile e stoicamente accettabile nell’Italia del XXI secolo, già ampiamente vulnerata, socialmente inebetita e economicamente per stracci. Vale anche come spunto, se si vuole, per un paio di riflessioni più in generale. Le leggi del Belpaese, pur sommandosi ad una pletora di decreti e di articoli in quantità impressionante che non conosce uguale nel mondo intero, manifestano spesso una sconfortante inadeguatezza risolutiva sia per la gran parte dei cittadini che patiscono le violenze, sia per le forze dell’ordine che debbono neutralizzare e reprimere i responsabili. Le vittime, per scongiurare un epilogo infausto, debbono affidarsi più alla imponderabilità degli accadimenti che alla certezza della pena o all’efficacia dei provvedimenti adottati dagli organi preposti. Il reato di clandestinità, pur essendo ancora nel nostro ordinamento, non è mai contestato nei tribunali se non in concomitanza con altri reati. Non pare univocamente accertata la soglia – sempre che esista – oltre la quale un cittadino straniero irregolare o segnalato, denunciato o pregiudicato possa o debba essere allontanato dal territorio nazionale al fine di precluderne l’attività.
Non poteva poi mancare a corollario della vicenda di Scoglitti la preoccupazione pelosetta della politica, con appresso il suo perennemente indimostrato senso di responsabilità. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha disposto una missione ministeriale presso la Procura di Ragusa per verificare la correttezza o meno della scarcerazione dell’extracomunitario indagato, considerata da taluni precipitosa. Inevitabile la rotta di collisione col procuratore ragusano Carmelo Petralia che invece attendeva il ministro convenire e solidarizzare col Pm che, codice alla mano per tempi e modalità del tentato sequestro, non ha fatto altro che applicare la legge, quella vigente. Ecco il punto: se tecnicamente e proceduralmente le cose stanno così – e nessuno ha dubitato delle parole del Procuratore di Ragusa, piuttosto dubitiamo che Orlando non ne abbia avuta adeguata ministeriale contezza – che senso ha avuto mandare gli ispettori (la cui trasferta provate ad indovinare da chi sarà pagata…) se non per rastrellare facile consenso e rabbonire per ventiquattrore la quota parte di opinione pubblica che dell’indiano reclamava comunque il cappio? Più convincente, più responsabile, più economico e altamente innovativo sarebbe stato incaricare a tamburo battente una mezza dozzina di tecnici del ministero per valutare e se necessario cassare per poi redigere gli adeguamenti della legge in parola. Poi il Guardasigilli Orlando poteva firmarli e presentarli in parlamento. Non gli avremmo assicurato nulla, ma almeno avrebbe fatto ciò che gli compete, seppur in silenzio.
Maurizio Carreggio

E’ quantomeno curioso che un cittadino dia a-prioristicamente ragione ad un pm rispetto ad un ministro solo perchè il ministro potrebbe avere un presunto tornaconto politico. Pur annotando per inciso che un tornaconto politico potrebbe averlo anche un pm, non voglio addentrarmi in questo campo. Preferisco notare che un ministro ha il dovere di conoscere oggettivamente i fatti e pertanto invia gli ispettori: non cassa e poi redigere adeguamenti della legge (???) per un singolo episodio. Per inciso è bene ricordare che nell’emettere sentenze, un giudice mette in atto una sua interpretazione ai codici in vigore (che non prevedono il caso di rapimento di un bambino a scaglitti da parte di un indiano). Altro discorso è la “pletore di leggi” e la non certezza della pena su cui sono non solo d’accordo ma fanno parte del problema giustizia che per me è il primo problema italiano.