Lo spread non è un indice astratto come, poniamo, il rapporto debito/Pil, che ti dice semplicemente dove stiamo. Lo spread incide direttamente sulle nostre tasche.

Questa montagna di 30.000 miliardi (abbiamo detto che sono solo quelli delle maggiori potenze) sono soldi che chiedono di essere investiti secondo il combinato disposto di sicurezza (dal rischio default) e redditività. Ecco chi sono, i fantomatici “mercati” di cui molto si parla e forse poco sappiamo. Sono i “mercati” che, in un mondo globalizzato, si muovono liberamente da un punto all’altro del pianeta e collocano denaro dove meglio sono garantiti i fattori di cui sopra. Sono questi mercati, alla ricerca del miglior investimento, che determinano il famoso “spread”, ovvero, quanto noi dobbiamo pagare, per interessi sul debito, in più della Germania, che è considerata l’investimento più sicuro. Per esempio, nel 2013 pagheremo interessi sul debito per la ragguardevole cifra di 80 miliardi di euro: 36 miliardi in più della Francia, che ha un’esposizione uguale a quella italiana, 27 miliardi in più della Germania, il cui debito è più alto di quello italiano, 21 miliardi in più della Gran Bretagna, che si sta avvicinando ai nostri livelli di indebitamento.
Ottanta miliardi, fra l’altro, rappresentano il 10% della spesa totale annua dello Stato italiano (800 miliardi) e sottraggono ovviamente risorse a tutti gli altri settori di spesa. Dico una banalità: se lo spread si contrae, risparmiamo; se lo spread si allarga, paghiamo di più. Voglio dire che lo spread non è un indice astratto come, poniamo, il rapporto debito/Pil, che ti dice semplicemente dove stiamo. Lo spread incide direttamente sulle nostre tasche, perché ci fa pagare di più (oppure di meno) a seconda della propria entità. Lo spread, dunque, è prodotto dalle valutazioni dei mercati su sicurezza e redditività degli investimenti. I mercati, dati i volumi, la globalizzazione, la velocità di spostamento, sono, fino ad oggi, incontrollabili e irregolabili da qualunque entità statuale o super-statuale. C’è chi dice: <Rifiutiamo la dittatura dei mercati!>. E’ un grido di dolore, ma la dittatura dei mercati è un dato di fatto.
C’è modo di uscirne? Certo, per esempio dichiarando default, ovvero non pagando più gli interessi e non restituendo il capitale (come l’Argentina nel 2001). A questo proposito mi soccorre una nota di Massimo Riva su Repubblica: <Agli occhi italiani, tuttavia, l’amara lezione dell’Argentina potrebbe avere almeno il pregio di chiudere la bocca ai tanti imbonitori domestici – da quelli della Lega Nord ai seguaci di Beppe Grillo – che vaneggiano di risolvere i seri problemi del Paese con trovate del tipo: usciamo dall’euro è cancelliamo il debito pubblico>. Insomma, sembra che non ci siano alternative a giocare un gioco diverso da quello della dittatura dei mercati. Ovvero, non sembra che di sia scampo alla regola che bisogna comportarsi bene dal loro punto di vista: essere seri, essere credibili, essere affidabili. E per ottenere questo, anzitutto, occorre non far crescere il rapporto Debito pubblico / Prodotto interno lordo.

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