Pare che la domanda del giorno sia: i palloncini sono di destra o di sinistra? O meglio: sono eterosessuali od omosessuali? Perché le cronache del Gay Pride mettono tutte l’accento sui gesti compiuti allo stesso modo nel giorno del Family Day e nel giorno della sfilata dell’orgoglio omosessuale, un comodo espediente per evitare qualche domandina scomoda ai più, siano essi pubblici detrattori della manifestazione od ipocriti – ed assenti – sostenitori.
Consideriamo lo slogan Parità Dignità Laicità: non è stato scelto a caso, non solo perché riecheggia il Libertà Uguaglianza Fraternità della Rivoluzione Francese ma perché, ancora meglio, deriva pari pari dalla recente campagna elettorale di Sarkozy. Rileggersi le cronache delle scorse settimane per crederci. Allora, è lecito chiedersi come mai, all’indomani della schiacciante affermazione di costui alle elezioni presidenziali, tutte le forze politiche italiane si sono affrettate, come sempre, a salire sul carro del vincitore, a proclamare che la sua lezione andava assorbita, che la sua strategia rappresentava l’innovazione politica del terzo millennio in chiave europea, ma non intendono riconoscere, nei fatti, il nocciolo della sua azione vincente. Perché la lezione della Rivoluzione Francese è stata aggiornata da Sarkozy, ed affermare oggi Parità Dignità Laicità significa stabilire con certezza e consapevolezza i punti cardine dello stato liberale moderno e contemporaneo, gli unici in grado di assicurare pari condizioni, pari diritti, pari doveri e pari importanza a tutti i cittadini che si sentono parte attiva e partecipe di uno stato, siano essi cattolici o musulmani, eterosessuali od omosessuali, uomini o donne. Significa, ancora prima, dire una parola precisa – anzi tre: Parità Dignità Laicità – sull’identità stessa del cittadino di oggi, che sa di poter prima di tutto essere se stesso all’interno di un tessuto sociale che lo accoglie per il suo contributo ed il suo portato di risorsa umana, e non lo discrimina per la propria appartenenza morale, religiosa o sessuale ad una qualunque categoria di genere. E non si capisce come mai il modello francese, improvvisamente lodato da tutti i nostri politici, venga invece sottaciuto laddove è certamente più avanzato del nostro: i Pacs sono una realtà acquisita da anni in Francia, dove allo stesso tempo sono state adottate politiche a sostegno della famiglia che hanno portato ad un rialzo della natalità, a dimostrazione che, in un paese civile e raziocinante l’una cosa non esclude l’altra, ma che invece il riconoscimento di esigenze diverse porta ad un miglioramento generale delle condizioni di vita di tutti.
Due settimane fa, al funerale di Jean Claude Brialy, celebrato in una delle più antiche chiese di Parigi alla presenza di Sarkozy e di gran parte dell’establishment francese, il celebrante ha sottolineato nell’omelia il dolore del compagno dell’attore per la sua perdita – era un sacerdote cattolico, e non ci risulta che la Chiesa francese abbia consumato uno scisma improvviso da quella di Roma, né si sono registrate reazioni di sdegno o di condanna. Nessuno ha avuto niente da ridire. Pensiamo invece a cosa sarebbe successo in analoghe circostanze in Italia. Questo per dire che c’è bisogno della partecipazione di tutti per ottenere un risultato che va a vantaggio di tutti. Non ci stancheremo mai di ripetere che la tragica e sterile dinamica della contrapposizione non solo ha paralizzato il nostro paese, ma ci impedisce di costruire condizioni di vita che portino ad una effettiva crescita del sistema sociale italiano. Siamo l’unico paese europeo che si è arroccato su posizioni fondamentaliste, rifiutando di riconoscere verità evidenti, ovvero che la famiglia può essere sostenuta senza bisogno di far crociate contro le unioni gay. A chi giova tutto questo, è presto detto: a tutti coloro, e sono troppi, che della politica del “contro” hanno fatto la ragione stessa della loro sopravvivenza, spacciandola per una battaglia di identità sociale e religiosa necessaria a garantirci la sopravvivenza nell’incombere della minaccia musulmana. La pretestuosità di questo ragionamento si spiega da sola, e la lezione di paesi come la Francia è ben chiara agli occhi di chi la vuol vedere: non è con un fondamentalismo che si combatte un altro fondamentalismo, quanto piuttosto con il coraggio di riconoscersi stato in tutte le proprie componenti, coinvolte in egual misura nella difesa di valori, diritti, principi che, poiché condivisi, diventano per tutti ragione di difesa. In Italia, invece, si continua ad alimentare la Crociata, per povertà di idee, per secolari rendite di posizione, per sterilità ideologica, per incapacità di rinnovamento, per una sostanziale ipocrisia che sembra essere l’unico collante sociale in grado di tenerci insieme. Si gioca con i palloncini – il mio è più bello del tuo – mentre il mondo va avanti ed è sempre più lontano da noi.
Chiara Boriosi

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