Nel dare il benvenuto al Papa il presidente di Panama, Juan Carlos Varela, ha scelto il Palacio Bolivar, sede del Ministero degli Esteri. Francesco non ha perso occasione nel suo discorso di saluto alle Autorità per ricordare la visione metastorica del “Liberador” dell’America latina con la “Convocazione” delle varie nazionalità per la creazione della Grande Patria. Un sogno ed un’utopia di Simon Bolivar quello di stringere in un abbraccio fraterno genti ed etnie tanto diverse e che per poco tempo stava portando a compimento. Un progetto fraterno che poteva sorgere soltanto da un massone e poco importa se il Papa ne apprezzi il ricordo. Più volte Egli ha fatto appello ad uomini di buona volontà ancorché lontani dalla Chiesa o di fedi diverse. In questo è in linea con San Paolo nella lettera ai Filippesi:<Infine, fratelli, tutto quello che è vero, tutto quello che è nobile, tutto quello che è giusto, tutto quello che è puro, tutto quello che è amabile, tutto quello che dà buona fama, se vi è qualche virtù, se vi è qualche lode, a queste cose pensate> (4,8).
Questa 34a Giornata mondiale della gioventù porta l’impronta pragmatica di papa Francesco e si distingue fortemente dalle precedenti kermesses giovanili, manifestazioni collettive allegre e rumorose nelle quali a volte lo stare insieme dei giovani era il massimo dei contenuti.
Il Papa questa volta ha voluto far precedere l’avvenimento da un Sinodo dei vescovi che si è tenuto dal 3 al 28 ottobre 2018 in Roma, preceduto a sua volta da un’inchiesta durata oltre un anno sui giovani nei vari continenti, con la partecipazione degli stessi interessati, del clero di base e di tutti i vescovi. Un programma iniziato il 30 luglio 2016 a Cracovia sempre in occasione Gmg, in cui con un gruppo di gesuiti Papa Francesco dava il via al progetto giovani per il futuro. Un’ indagine minuziosa e accurata che ha formato la base di discussione del sinodo e l’attività programmatica in cui tutto il clero sia pronto all’ascolto e alla formazione della gioventù mondiale. Ne è sortita una guida-estratto corposo “ Una Chiesa che frequenta il futuro” di 429 pagine ad opera di Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica” che ha seguito e registrato passo passo tutto il monumentale lavoro non soltanto del Sinodo dei Vescovi.
Un impegno non da poco nel quale il clero sotto l’aspetto di “padre” e “fratello” debba ricostruire una fiducia sfilacciatasi nel tempo e riaggregare i giovani attraverso anche un approfondimento culturale e sociale da vero educatore di coscienze per creare e dare sostanza al giovane cattolico che sarà il cittadino di domani.
Diciamo la verità, anche il potere laico, nel tempo in Italia (limitiamoci alla nostra realtà), ha tentato più volte l’esperimento formativo dei giovani, ma al confronto con quanto papa Francesco ha prodotto questa volta sembrano piccoli balbettamenti destinati tutti al fallimento, come la storia insegnò.
Per non andare troppo indietro nel tempo basti pensare al tentativo post risorgimentale di educare i giovani alla coscienza laica. La battaglia persa circa l’insegnamento religioso nelle scuole è lì a testimoniarlo. Ci provò Gabrio Casati prima di Michele Coppino che inaugurò le “nozioni dei doveri dell’uomo e del cittadino”, riprese dall’insegnamento di Giuseppe Mazzini, da un libro approntato dal sindaco Ernesto Nathan, da utilizzarsi facoltativamente al posto dell’insegnamento religioso nella scuola elementare obbligatoria fino a nove anni, che poteva essere effettuato solo a richiesta e fuori dall’orario scolastico. Una lotta persa in partenza.
La scuola mostrerà ancora una volta i suoi limiti formativi il 10 febbraio 1891 quando Giosuè Carducci sarà contestato violentemente all’Università di Bologna da alcuni studenti:
Il ministro della Pubblica istruzione Pasquale Villari in Parlamento dichiarò:
< In tutta quanta la mia vita d’insegnante , gli scolari furono, dopo la mia famiglia, le persone a me più care e dilette, ed è difficile che chi non è stato insegnante possa immaginarsi quanto care e profonde siano le relazioni di affetto che passano tra professore e scolaro. Ma appunto perciò, quando io vedo gli studenti insultare il loro professore, violare la libertà della parola, calpestare la dignità della cattedra, mi sembra di assistere al triste spettacolo di figli che insultano il padre…> (atti del Parlamento Italiano. Camera dei Deputati. Sessione 1890-1891).
Era una prima crepa della formazione liberista e laica della scuola, altre ne verranno nel tempo.
Ci riproverà anche Ferdinando Martini, Ministro della Pubblica Istruzione sotto il primo Governo Giolitti. Sempre nell’intento di formare la gioventù. Purtroppo dovette ammettere con una lettera del 1894 all’amico fraterno Carducci il fallimento della scuola:
<< Le rivoluzioni politiche, le quali non accompagnino un rinnovamento religioso, perdono di vista l’origine loro e i primi intenti e finiscono a scatenare ogni cattivo istinto delle plebi; di ciò io sono convitto da un pezzo. Ma dopo il male che noi, tutti noi, caro Giosuè, abbiamo fatto, siamo in grado di provvedere a’ rimedi? A chi predichiamo? Noi borghesia volterriana, siamo noi che abbiamo fatto i miscredenti, intanto che il Papa custodiva i male credenti; ora alle plebi che chiedono la poule au pot, perché non credono più all’ al di là, ritorneremo fuori a parlare di Dio, che ieri abbiamo negato! Non ci prestano fede; parlo delle plebi di città e de’ borghi; le rurali, di un Dio senza chiesa, senza riti,senza preti, non sanno che farsi. A tutto il male che noi (non tu o io, noi ceto) abbiamo fatto per spensierata superbia, le bombe son troppo scarso compenso: abbiamo voluto distruggere e non abbiamo saputo nulla edificare. La scuola doveva, nelle chiacchiere de’ pedagoghi, sostituire la chiesa . Una bella sostituzione ! Te la raccomando…>.
Farà ancora un ultimo tentativo lo Stato laico con la “riforma Gentile”, il quale fu in fondo il raccoglitore dei progetti liberali già da tempo preparati ed utilizzati per la formazione della classe dirigente fascista del domani. Anche se questo progetto resse formalmente fino al 1968, già nella scuola si era insinuata un altro tipo di formazione che alla lunga darà come risultato molti “compagni che sbagliarono”.
Ed oggi quale è la formazione, la visione futura del giovane per lo Stato italiano?
Potranno questi giovani che mandammo in Parlamento ignari di sé stessi e del mondo approntare qualche riforma per la gioventù di domani? Hanno essi visioni alla Bolivar? Sperando che non lo confondano con madame Bovary.
Guglielmo Adilardi

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