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Papa Bergoglio e il mondo contemporaneo

Se si prendono in considerazione le posizioni dei Pontefici che hanno preceduto Bergoglio a partire dal Concilio Vaticano II, ci si rende conto delle profonde differenze di tono e soprattutto di linguaggio che caratterizzano l’attuale capo della Chiesa.

di Valentino Baldacci | 11 Gennaio 2021

Se si vuole cogliere il nucleo fondamentale del pensiero dell’attuale Pontefice lo si deve individuare nell’irriducibile avversione al mondo contemporaneo e al suo sistema di valori. Non si tratta soltanto dell’avversione religiosa di chi segue la massima che “il mio regno non è di questo mondo”. Si tratta di un’avversione ben più terrena, di un’avversione al sistema di valori basato sulla libertà individuale, sull’autonomia del pensiero umano, elaborata dall’Illuminismo e che trovò, dopo la teorizzazione di Immanuel Kant, la sua espressione nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789.

Di fronte a questa concezione della libertà, la Chiesa cattolica ha sempre avuto una posizione di netto rifiuto che trovò la sua più limpida espressione nel 1864 con l’enciclica “Quanta Cura” e con la sua appendice, il Sillabo. Poiché la Chiesa è una realtà umana, guidata da uomini, i toni e il linguaggio di questa avversione sono stati espressi dai Pontefici che si sono susseguiti dopo Pio IX in maniera diversa, ma il nucleo del pensiero della Chiesa non si è e non poteva modificarsi.

Con l’attuale Pontefice questa avversione ha preso contorni più chiari e più netti rispetto ai Pontefici che l’hanno preceduto. In particolare, Bergoglio ha chiarito che l’avversione ai principi del 1789 si sostanzia in una avversione alla classe sociale che, nel bene e nel male, li ha espressi: la borghesia. Non c’è occasione nella quale Bergoglio non esprima in forma radicale la sua avversione alla borghesia come classe sociale che ha prodotto l’attuale sistema basato sulla libertà di produzione e di commercio e, al tempo stesso, dei valori di libertà individuale che da essa scaturiscono. D’altra parte il trasparente populismo di Bergoglio non è una novità nella storia della Chiesa: in moltissime occasioni la Chiesa ha fatto ricorso al “popolo”, indistintamente considerato, per opporsi alle riforme liberali sostenute dalla borghesia.

In ogni occasione Papa Bergoglio ribadisce la necessità di un “sistema alternativo”, senza tuttavia chiarire mai su quali principi questo sistema dovrebbe basarsi. E se ne capisce la ragione: il mondo contemporaneo ha conosciuto, nel corso del XX secolo, l’unico sistema veramente alternativo a quello basato sulla libertà individuale, quello comunista, e Bergoglio sa che i tempi non sono ancora maturi per riproporre in maniera limpida questa sistema. Per questo il suo pensiero assume soprattutto la forma della negazione, facendo comunque capire che è dal rifiuto di quello che viene chiamato il “sistema capitalistico” che si deve partire.

Questa è la principale variante del pensiero di Bergoglio rispetto ai suoi più vicini predecessori e questo spiega la singolarità dell’elezione di un gesuita alla suprema carica ecclesiastica. Questo è un aspetto che è stato singolarmente sottovalutato da chi si è occupato, anche da posizioni molto critiche, delle attuali posizioni della Chiesa cattolica. Un gesuita non è una persona che fa parte di un qualsiasi ordine religioso, anche se già l’elezione di un regolare invece di un secolare è di per sé un fatto abbastanza raro nella storia della Chiesa. La Compagnia di Gesù si ritiene depositaria dei principi fondamentali della dottrina cattolica e ritiene proprio compito difenderli anche di fronte a eventuali deviazioni che si dovessero manifestare nel seno stesso della Chiesa.

Se si prendono in considerazione le posizioni dei Pontefici che hanno preceduto Bergoglio a partire dal Concilio Vaticano II, ci si rende conto delle profonde differenze di tono e soprattutto di linguaggio che caratterizzano l’attuale capo della Chiesa.  Già il Concilio Vaticano II rappresentò il tentativo estremamente complicato di innovare profondamente l’atteggiamento della Chiesa nei confronti del mondo contemporaneo e dei suoi valori pur mantenendo inalterati i principi sui quali si basa la dottrina cattolica. Tale tentativo non poteva non portare a fortissime contraddizioni perché la forza della libertà è tale che una volta ammessa, sia pure con riserva, ha una grandissima capacità dirompente. Tutto il pontificato di Paolo VI fu caratterizzato da contraddizioni che portarono la Chiesa sull’orlo di una crisi gravissima.

L’elezione di Woytila rappresentò, in quel momento, la soluzione a quella crisi incipiente e quella soluzione ha retto per venticinque anni. Una tale resistenza fu dovuta essenzialmente alla personalità di Woytila, un uomo vero che aveva vissuto al secolo, che aveva provato le passioni e i dolori della vita reale, che si era trovato a compiere scelte personali prima di fronte al nazismo e poi di fronte al comunismo, una figura ben lontana da quella dei sacerdoti formatisi nell’ombra dei seminari.

Woytila ebbe la capacità di mantenere intatta la dottrina, ma di presentarsi anche come un uomo capace di affrontare con decisione i problemi della società contemporanea. La sua morte aprì una crisi profonda nella Chiesa, una crisi che si è andata accentuando negli ultimi anni. Il tentativo di mantenere una certa continuità con l’elezione del cardinale Ratzinger fallì in breve tempo e portò la classe dirigente della Chiesa a una scelta inaudita, la deposizione del Pontefice e l’elezione di Bergoglio. Col tempo si è capito il senso di quella scelta così traumatica: la classe dirigente della Chiesa si era convinta che di fronte alla crisi nella quale stava precipitando il mondo cattolico erano necessarie scelte radicali, una netta inversione di tendenza che si basasse su una lotta intransigente contro il male che corrodeva la cattolicità, la penetrazione del principio di libertà al suo interno.

L’elezione di Bergoglio non è stata inizialmente capita perché le sue caratteristiche non erano conosciute nel mondo laico. La stessa scelta del nome Francesco era stata considerata come una generica preferenza per il voto di povertà che caratterizza gli ordini religiosi. Non si era capito che anche quella scelta conteneva una allusione: il giovane Francesco caratterizzò nel XIII secolo la propria scelta radicale di vita con il rifiuto di quella del padre, un ricco mercante espressione della nascente borghesia mercantile delle città dell’Italia centrale e settentrionale. Il rifiuto dei valori di quella borghesia mercantile è stato ripreso da Bergoglio che ha voluto assumere il nome del ribelle del XIII secolo ed ha assunto la forma del rifiuto della borghesia del XXI secolo, del suo sistema di produzione e, in particolare, del suo sistema di valori.

E’ stata una scelta radicale, appena velata dal consueto uso di un linguaggio tradizionale. Resta da vedere fino a che punto il mondo cattolico che, vivendo nel secolo, non ha potuto non incorporare il sistema di valori basato sulla libertà, potrà sostenere tale scelta, anche dopo la scomparsa dell’attuale Pontefice.

Valentino Baldacci   (www.vocerepubblicana.it)

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: anni, chiesa, chiesa cattolica, classe dirigente, comunismo, crisi, espressione, Liberali, mondo, radicali, riforme, soluzione

Info Valentino Baldacci

Valentino Baldacci ha insegnato nella Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. È autore di numerose pubblicazioni, fra le quali: Liberalismo e liberismo, liberalismo e borghesia nel pensiero di Piero Gobetti (1963); Estremismo e catastrofismo in Franco Rodano (1964); Il calcio come ideologia (1970, con Gerhard Vinnai); Pinocchio e la sua immagine (1981, con Andrea Rauch); L’”Encyclopédie” nella Toscana del ‘700: successi e fallimenti di progetti editoriali (1985); II 18 aprile 1948: la campagna di Toscana (1988); Filippo Stecchi. Un editore fiorentino del Settecento fra riformismo e rivoluzione (1989); II lampione e la lanterna: una chiacchiera sulla satira politica nella Toscana del Risorgimento (1993); La satira politica nella Toscana del Risorgimento – Periodici 1848/1860 (1993); Pietro Leopoldo, un grande riformatore (2000); Il sistema dei beni culturali in Italia – Valorizzazione, progettazione e comunicazione culturale (2004); Gli itinerari culturali – Progettazione e comunicazione (2006); Guadagnarsi il pane. Luoghi e tempi del lavoro in Toscana tra ‘800 e ‘900 (2008, con Zeffiro Ciuffoletti); La Toscana nell’età del Risorgimento (2010 – con Cosimo Ceccuti); Ernesto Nathan, Paolo Orano e l’antisemitismo in Italia (2012); Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza (2013); Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (2014).

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