
di Michele Danesi*
Nelle scorse settimane si è riacceso lo scontro tra Pakistan e Afghanistan, i quali, dopo la flebile tregua di ottobre 2025, hanno condotto sia operazioni sul confine condiviso che attacchi mirati con droni e missili. Dopo che Islamabad ha condotto un primo raid sulle province di Nangarhar, Paktika e Khost tra il 21 e il 23 febbraio, una rappresaglia afghana ha fatto seguito giovedì 26 febbraio. Il giorno successivo ha dunque avuto inizio un bombardamento sistematico da parte di Islamabad sulle principali città del paese e sui suoi avamposti militari, che ha preso il nome di Operazione “Ghazab Lil Haq” (Righteous Fury). L’obiettivo dichiarato del governo Sharif è quello di fermare i gruppi terroristici che stanno adottando una postura sempre più aggressiva nei confronti del Pakistan, trovando rifugio proprio in Afghanistan. Islamabad accusa i Talebani di nascondere in patria gruppi come il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP) e lo Stato Islamico-Khorasan (ISKP), responsabili di numerosi attacchi su suolo pakistano negli ultimi anni. Mentre l’attenzione internazionale è rivolta verso l’attacco di USA e Israele all’Iran, che è arrivato ad interessare l’intera penisola ara, la situazione tra i due paesi dell’Asia meridionale aggiunge incertezza.
Il conflitto in corso e l’incidenza della guerra in Iran
Il Pakistan è stato tra i pochi Stati a riconoscere l’Emirato Islamico dei Talebani come governo legittimo dell’Afghanistan nel 1996, per poi riconfermarsi un importante alleato dopo il 2001 quando, seppur unendosi formalmente alla lotta internazionale contro il terrorismo a guida USA, proseguì nascondendo nel Paese la leadership talebana. L’amministrazione dell’epoca considerava che questa mossa potesse garantire profondità strategica alla propria situazione di conflitto con l’India. Con la ritirata USA nel 2021 e il reinsediamento del regime dei Talebani, l’allora Primo Ministro pakistano Imran Khan si era congratulato con il Paese per il successo politico e per aver “spezzato le catene della schiavitù”, a cui si aggiungeva la tacita speranza che il cambio di regime potesse portare maggiore stabilità sul proprio confine occidentale. Tuttavia, il rapporto ha presto iniziato a incrinarsi: il governo di Kabul, impegnato infatti in un’aspra lotta contro gruppi come il TTP e ISKP, è accusato da Islamabad di dare supporto a fazioni indipendentiste armate e gruppi terroristici pakistani che si rifugiano nel paese. Il progressivo intensificarsi di attacchi perpetrati da questi gruppi su suolo pakistano ha portato a ritorsioni militari del Pakistan e diffusi episodi di violenza lungo il confine e in territorio Afghano. Nell’ottobre 2025, gli scontri più intensi degli ultimi anni erano avvenuti a seguito di un bombardamento su Kabul e sulla provincia di Paktika, fino a giungere ad un debole cessate il fuoco, presto disatteso: le negoziazioni di tregua che ne sono seguite hanno incontrato ben presto una situazione di stallo.
Domenica 22 febbraio, Islamabad ha annunciato di aver colpito sette basi segrete di Fitna-al-Khwarij – il nome utilizzato dal Pakistan per identificare il TTP, che non viene pronunciato nelle dichiarazioni ufficiali. Il gruppo è ritenuto responsabile dei recenti attentati in territorio pakistano, tra cui l’esplosione di un veicolo contro un checkpoint militare e un attentato suicida nella provincia di KhyberPakhtunkhwa il 16 e il 21 febbraio, che hanno causato rispettivamente 11 e 2 morti. In risposta, Kabul ha sferrato un attacco giovedì 26 febbraio ad alcuni avamposti di Islamabad situati lungo la linea Durand – il confine lungo oltre 2600 chilometri confine che separa i due paesi, formalmente non riconosciuta dal regime dei Talebani. Il giorno successivo, il Ministro degli Esteri pakistano Khawaja Asif ha affermato che la situazione si era trasformata in “guerra aperta”, abbandonando i semplici attacchi mirati contro avamposti terroristici: il primo bersaglio dell’operazione Ghazab Lil Haq sono state infatti le città di Kabul, Paktia e Kandahar, dove avrebbe residenza i leader dei Talebani Hibatullah Akhundzada. Dopo quasi una settimana di scontri, il Ministro dell’Informazione di Islamabad ha comunicato che l’operazione ha distrutto oltre 260 avamposti militari e quasi 200 carri armati Afghani, provocando oltre 450 morti tra le fila dell’esercito di Kabul, a cui si aggiungono 110 civili tra il 21 febbraio e il 3 marzo; inoltre, il portavoce del governo talebano Hamdullah Fitrat ha riportato che, al 4 marzo, le vittime tra le truppe pakistane si aggirerebbero intorno alle 150. Anche a fronte dell’escalation a guerra aperta, l’obiettivo militare primario dichiarato resta quello colpire le basi dei gruppi terroristici e i militanti, indebolirne la rete di sostegno e aumentare per Kabul i costi del proprio supporto al TTP: a questo scopo, fonti locali riportano che nella notte tra il 4 e il 5 marzo l’operazione militare sarebbe andata intensificandosi ulteriormente, e che nella mattinata di giovedì 5 sono stati distrutti importanti avamposti e depositi di munizioni del TTP in città chiave come Bagram e Kandahar.
A complicare ulteriormente la situazione è stato l’attacco di Washington e Tel Aviv ai danni di Teheran. Nella giornata domenica 1 marzo sono infatti scoppiate in Pakistan anche una serie di proteste popolari a seguito dell’uccisione in Iran della Guida Suprema Ali Khamenei. A sostenere la manifestazione di piazza come cordoglio alla morte dell’Ayatollah è stata la comunità sciita del Paese, la seconda più estesa al mondo dopo quella iraniana (il dato preciso è incerto, ma si parla di oltre 20 milioni di fedeli su circa 259 milioni di abitanti totali). Reggendo immagini di Khamenei e al grido di slogan quali “Those who side with the US are traitors”, i cittadini in rivolta si sono riuniti davanti a palazzi governativi e, a Karachi, anche davanti consolato statunitense. Tuttavia, durante il corso della giornata, queste sollevazioni hanno portato a diversi scontri con le forze di polizia, provocando almeno 20 morti in tutto il paese.
Da scontri di confine al conflitto strutturale: l’impatto internazionale della guerra
Le potenze internazionali hanno immediatamente commentato l’escalation in Asia meridionale chiedendo moderazione nel dispiegamento di forze e auspicando una chiusura rapida del conflitto. Gli USA hanno mostrato solidarietà al governo di Sharif e rivendicato il diritto pakistano di combattere il terrorismo. L’India è stata accusata (come già in passato) dal Ministro della Difesa di Islamabad Khawaja Asif di servirsi di Kabul come proxy per portare avanti la propria agenda ai danni del Pakistan. Dal canto suo, New Delhi sfrutta il porto iraniano di Chabahar – grazie ad un contratto decennale per l’utilizzo di uno dei suoi terminal, in scadenza il prossimo aprile – per aprire una rotta per le forniture umanitarie, così da rafforzare il rapporto con Kabul, che già usciva da un 2025 di incontri diplomatici positivi. Nella giornata di giovedì 5 marzo anche il presidente indonesiano Prabowo Subianto ha incontrato il premier pakistano Shehbaz Sharif per discutere della guerra in corso. Intanto, Cina, Russia, Turchia e Arabia Saudita, tra gli altri, si sono offerte di mediare il dialogo tra le parti, aprendo canali con entrambe le capitali. Si noti tuttavia che Istanbul era già stata teatro del fallimentare cessate il fuoco di ottobre, mediato insieme all’aiuto del Qatar, e che l’Arabia Saudita non riuscì a portare a termine un proprio tentativo di mediazione a inizio dicembre.
Nel frattempo, a fronte dell’aumento degli episodi di violenza in Pakistan e Afghanistan e, soprattutto, del forte inasprimento degli episodi di conflitto, crescono le preoccupazioni delle potenze regionali per quanto riguarda le conseguenze economiche della guerra, soprattutto sul piano delle infrastrutture energetiche e di connettività. Il Pakistan è infatti uno dei principali partner di Pechino nel progetto della Belt and Road Initiative (BRI), essendo coinvolto nel principale corridoio dell’iniziativa, il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Nel corso del 2025 si era tenuto a Kabul il sesto round negoziale per discutere la possibilità di integrare l’Afghanistan nel CPEC, pianificando un collegamento strategico tra la città di Kandahar e il porto di Gwadar, nel Balochistan: il negoziato si trova attualmente in stallo, ma la permanenza del conflitto potrebbe compromettere del tutto la realizzazione del progetto. Tra le altre iniziative minacciate dall’instabilità regionale ci sono anche: la linea elettrica Central Asia-South Asia 1000 (CASA-1000), prevista per la metà del 2026 ma più volte ritardata in passato e ancora non completa, che dovrebbe collegare il Pakistan a Tagikistan e Kirghizistan; il gasdotto Iran-Pakistan, momentaneamente in forte rischio anche per il contemporaneo sforzo bellico di Teheran; e, infine, il gasdotto della Trans-Afghanistan pipeline (anche noto come TAPI Pipeline) che dovrebbe collegare Turkmenistan-Afghanistan, Pakistan e India, un progetto la cui origine risale alla fine degli anni Novanta ma che ancora non ha visto la luce.
La guerra in corso riconferma, dunque, che il conflitto tra i due Paesi rappresenta sempre più un tratto strutturale della regione più che una contingenza del periodo post-2021: il tentativo pakistano di cercare un alleato nel regime dei Talebani non ha ripagato, risultando in un problema di sicurezza per l’intera Asia meridionale – che al contempo guarda con timore anche ai vicini conflitti in Medio Oriente. Questo costituisce un ulteriore ostacolo sul piano dello sviluppo del subcontinente: il bisogno di investimenti e risorse necessario a guidare la crescita economica dei paesi dell’area è compromesso dal protrarsi di questa guerra, dai toni sempre più aspri, e dal rallentamento (o, talvolta, la paralisi) di progetti infrastrutturali logistici ed energetici fondamentali per il futuro della regione.
Michele Danisi
*Istituto Ispi

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