
Chiamiamole trattative, ma senza farci troppe illusioni. Stiamo osservando un tavolo in cui da una parte c’è un gruppo jihadista che vive nei tunnel e usa i civili gazawi come proiettili e scudi umani, e dall’altra uno Stato democratico che deve garantire sicurezza ai suoi cittadini, pressato dal moralismo occidentale e consapevole che la questione potrà essere risolta in modo definitivo solo militarmente. È un’assurdità concettuale prima ancora che politica, eppure tanto è: parole, bozze, punti e sottopunti che sulla carta potrebbero anche quadrare, mentre sul terreno la guerra non si ferma, non può e non deve fermarsi. I tunnel non li smonti con un comunicato, e gli ostaggi non tornano a casa per le manie divinatorie trumpiane o per la flottiglia che vuole arrivare a Gaza, come se fosse una gita da diporto.
Il copione è sempre quello. Si invoca il disarmo di Hamas come premessa di qualsiasi futuro, si immagina una transizione amministrata da qualcuno che non sia Hamas, si promette il rilascio degli ostaggi e si sussurra un ritiro graduale delle truppe. Tutto ragionevole, tutto giusto. Chi combatte sotto terra non ha alcuna convenienza a deporre le armi senza contropartite irrealistiche, e chi governa sopra terra non ha alcuna intenzione di consegnare la propria sicurezza a una terza mano che potrebbe tremare al primo colpo. Nessuno al mondo firma per la propria fine politica, militare e di potere. Nessuno.
A Israele non conviene fermarsi adesso. Fermarsi significherebbe lasciare in piedi gangli operativi, depositi, catene di comando e apparati di propaganda. Conviene proseguire non solo per ripulire militarmente un’area che resta esplosiva, ma per tentare di piegare, nel tempo lungo e anche sul piano psicologico, la resistenza del fondamentalismo jihadista sostenuto da Iran e Qatar. L’obiettivo è erodere la certezza d’impunità dei miliziani, spaccare la narrativa di invincibilità, ridurre l’ossigeno politico che arriva dall’esterno. Se questo processo si interrompe, non è pace: è un intermezzo. E gli intermezzi in Medio Oriente durano quanto un fiammifero al vento.
Sul fondo c’è questa pseudo grande regia esterna trumpiana che assomiglia sempre più a una partita di Risiko. Gli Stati Uniti distribuiscono leve, condizioni e moniti, promettono aiuti, misurano impieghi, alzano e abbassano il volume per influenzare l’esito. È la stessa musica su più fronti: tu combatti, io ti appoggio, ma decido io quando e quanto, perché l’equilibrio globale si dosa come una medicina forte. Anche qui vale la regola madre: nessuno accetta di passare da regista a comparsa.
La verità è che per parlare di pace bisogna allineare ciò che allo stato attuale non c’è: verifica vera del disarmo, non su carta ma sul terreno; una forza di sicurezza che tenga e si assuma l’onere del controllo delle operazioni di terra e del disarmo; garanzie esterne pronte a imporre il patto quando qualcosa traballa. Tutto il resto è sospensione del giudizio, un armistizio travestito da pace, utile a prendere fiato, non a cambiare la storia.
Iniziamo quindi a chiederci: Hamas ha davvero interesse a uscire di scena come soggetto armato, perdendo rendita politica e controllo sociale? Israele è davvero disposto a delegare la propria sicurezza a terzi su un perimetro che gli è esploso in casa? E i garanti hanno davvero voglia di sporcarsi le mani quando sarà ora di far rispettare ciò che oggi promettono? Se basta un no a una sola di queste tre domande, i “negoziati” restano tali, e il giorno dopo si ricomincia.
Alla luce di questa riflessione è evidente che nessuno rottama volontariamente il proprio potere. Finché questo pilastro regge, il resto sono solo fuffa e chiacchiere, poi restano i fatti. Questo è lo status quo, il resto racconti favolistici dei mass media, che devono arrivare al 27 del mese.
Piero Terracina

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