
L’Europa ha messo sul tavolo una controproposta perché il piano di pace di Trump per l’Ucraina, nel mondo reale, assomiglia più a una via di uscita elegante per Mosca che a una vera fine della guerra. Il risultato più probabile non è la pace ma il prolungamento del conflitto, un po’ come a Gaza. Tutti parlano di piani e road map, ma nessuno è davvero nelle condizioni di chiuderla.
Il punto di partenza è il famoso documento in ventotto punti, cucito a Washington e venduto come colpo di genio negoziale. In pratica chiede a Kyiv di cedere territori strategici, di accettare che Crimea e parte del Donbass restino di fatto in mano russa, di ridurre l’esercito, di rinunciare per sempre alla NATO e di incatenarsi a una neutralità sorvegliata. In cambio arrivano soldi ricavati dagli asset russi congelati, promesse di ricostruzione e il progressivo reintegro della Russia nel club dei paesi rispettabili, fino al ritorno nel G8. Il tutto sotto l’ombrello di un organismo di supervisione che ha un unico vero scopo: permettere a Trump di dire di aver “risolto” la guerra e tenere i riflettori puntati su di sé.
In Europa quel testo è stato letto per quello che è: una lista dei desideri del Cremlino riverniciata come compromesso. Non è questione di antiamericanismo, ma di geografia e memoria. Chi vive a poche ore di volo dalla Russia non può permettersi un precedente del genere, l’idea cioè che se invadi un vicino e resisti abbastanza a lungo, alla fine qualcosa ti resta in tasca e ti rimettono pure nel salotto buono della diplomazia.
Qui entra in scena la controproposta europea. Francia, Germania e Regno Unito riprendono lo stesso schema, ma lo riscrivono dall’interno. Non rovesciano il tavolo, cambiano i pesi. Via il divieto esplicito per l’Ucraina di avvicinarsi alla NATO, dentro garanzie di sicurezza molto più vincolanti, con un impegno che si avvicina al principio “se attacchi Kyiv, è come se colpissi un nostro alleato”. L’idea è semplice: non si può scaricare tutta la vulnerabilità dell’Ucraina in cambio di un foglio di carta utile solo alla campagna elettorale di qualcuno.
Il nodo territoriale resta il più tossico. Invece di regalare nero su bianco intere regioni a Mosca, la versione europea spinge per un negoziato che parta dalla linea di contatto senza riconoscere nulla come definitivo finché non c’è un accordo reale. È una forma di resistenza diplomatica, fragile quanto si vuole, ma almeno evita la consacrazione formale del fatto compiuto.
Dentro questo gioco di equilibri ondivagi si muove anche l’Italia di Giorgia Meloni. Da un lato c’è la linea europea che chiede fermezza verso Mosca e sostegno continuativo a Kyiv. Dall’altro c’è il legame storico con Washington e la volontà di non bruciare i ponti con Trump, che una parte del suo elettorato guarda con simpatia. Il risultato è una rotta un po’ obbligata: in Europa Meloni tiene il punto e si allinea al fronte che respinge il piano filo russo, in pubblico ribadisce fedeltà all’asse occidentale, ma nelle sfumature di linguaggio evita accuratamente di scaricare del tutto l’America trumpiana. È un esercizio di equilibrio permanente, quello di chi vuole restare nel cuore del gioco europeo senza chiudersi la porta a stelle e strisce.
In mezzo sta Zelensky, incastrato tra due versioni di pace che non sono davvero la sua. Se accettasse il testo di Trump perderebbe la faccia in patria e consegnerebbe a Mosca la narrativa del vincitore magnanimo. Se abbraccia fino in fondo la linea europea rischia di irritare proprio quel paese che resta la sua principale fonte di armi, tecnologia e copertura politica. È una scelta tra perdere dignità o perdere un alleato fondamentale, un tipo di ricatto che somiglia molto più a una trappola che a un negoziato.
Trump, da parte sua, ha già fatto capire il senso della partita: o la pace alle sue condizioni oppure che continuino pure a combattere. Non lo dice con queste parole, ma il sottotesto è quello. È la logica del prendere o lasciare, applicata non a un contratto commerciale ma a una guerra di logoramento nel cuore dell’Europa.
La controproposta europea non ribalta questo schema, lo rende soltanto meno umiliante per Kyiv e un po’ più compatibile con il diritto internazionale. Ma il nocciolo resta immutato. La Russia non ha intenzione di ammettere una sconfitta, l’Ucraina non può firmare la propria mutilazione, gli Stati Uniti oscillano tra la voglia di chiuderla in fretta e la paura di apparire apertamente schierati con il Cremlino. È la ricetta perfetta non per la pace ma per un conflitto gestito, amministrato politicamente, lasciato bruciare a fuoco lento.
Qui il paragone con Gaza si impone quasi da solo. Anche lì, da anni, il vocabolario è pieno di piani, conferenze, forze di stabilizzazione e fondi per la ricostruzione. Tutto pulito, tutto molto ordinato sulla carta, mentre sul terreno si continua a bombardare, scavare tunnel, spostare milizie e governi come pedine. Il conflitto non è più una parentesi, è diventato un sistema, una condizione permanente che ogni tanto esplode e poi si riassesta su un nuovo livello di distruzione.
Con l’Ucraina il rischio è identico. I piani americani, i contro piani europei, i calcoli del Cremlino, l’angoscia di Kyiv: il quadro che ne esce è quello di una guerra che smette di essere emergenza e diventa sfondo fisso. Non è più “finiamola”, ma “gestiamola”. E quando una guerra entra in questa fase, il tempo smette di lavorare per la pace e inizia a lavorare contro le persone che ci vivono sopra.
La controproposta europea è in fondo un atto di autodifesa del continente. Cerca di frenare la deriva filo russa del testo trumpiano, di proteggere un minimo di sovranità ucraina e di impedire che l’Europa si ritrovi con un vicino amputato e rabbioso, cementato da un accordo scritto altrove e applaudito a Mosca. Ma senza una vera disponibilità russa a fare un passo indietro e senza una linea americana chiara e coerente, rischia di restare un documento elegante appeso nel vuoto.
Il risultato più logico, alla fine, è questo. Non una pace giusta, non una resa totale, ma un conflitto a metà, congelato quel tanto che basta per non farlo esplodere ovunque e abbastanza caldo da non poterlo dimenticare. Una guerra che continua mentre si firma l’ennesima bozza, si convoca l’ennesimo vertice, si inventa l’ennesimo nome per un piano che, in cuor suo, nessuno crede davvero possa chiuderla.
Piero Terracina

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