
Il testo integrale del memorandum d’intesa in 14 punti siglato tra Stati Uniti e Iran sancisce la fine delle ostilità belliche attraverso la revoca totale delle sanzioni economiche a Teheran e lo stanziamento di un fondo di investimento privato da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione del Paese. Il documento ufficiale, letto pubblicamente da un funzionario della Casa Bianca, delinea la clamorosa svolta diplomatica impressa dal presidente Donald Trump per porre fine alla terza guerra del Golfo esplosa a inizio anno.
Il pilastro economico dell’intesa risiede nella nascita di un fondo d’investimento internazionale da 300 miliardi di dollari (pari a circa 239 miliardi di franchi svizzeri).
Teheran aveva inizialmente richiesto 400 miliardi di dollari di indennizzi diretti per i danni bellici. Per evitare l’esborso di fondi pubblici americani, Washington ha optato per un escamotage: un fondo privato capace di attrarre capitali da aziende con sede negli USA, nel Golfo Persico e in Asia.
Le risorse verranno impiegate per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran, partendo dal ripristino di aeroporti e raffinerie colpite dal conflitto.
L’accordo prevede inoltre la restituzione a Teheran di 25 miliardi di dollari di fondi statali precedentemente congelati all’estero tramite linee di credito e cooperazioni regionali.
L’Iran ottiene concessioni determinanti sul piano commerciale e della sovranità economica, presentate dal regime come una vittoria politica.
Gli Stati Uniti si impegnano a rimuovere ogni tipo di sanzione economica, commerciale e militare secondo un calendario vincolato ai progressi dei colloqui.
Teheran viene formalmente autorizzata a riprendere la regolare vendita e l’esportazione di petrolio sui mercati mondiali subito dopo la firma del protocollo.
Sotto il profilo geopolitico e militare, il memorandum d’intesa fissa paletti precisi per garantire la stabilità dell’intera area mediorientale.
Cessazione del blocco navale statunitense e ripristino immediato della totale e incondizionata libertà di navigazione commerciale. Il traffico marittimo nello stretto dovrà tornare ai livelli prebellici entro 30 giorni.
L’Iran accetta il congelamento di attività sensibili e l’avvio di un percorso negoziale della durata di 60 giorni di colloqui per definire un accordo definitivo sul programma atomico.
Fine dei combattimenti su tutti i fronti caldi della regione, compreso il teatro operativo del Libano.
La pubblicazione del testo ufficiale smorza i dubbi delle ore precedenti sulla presunta vaghezza dei negoziati. Per la presidenza Trump la mossa risponde a una forte pressione interna, legata ai 29 miliardi di dollari già spesi dal Pentagono per la guerra e alla forte impopolarità del conflitto dovuta all’impennata globale del prezzo dei carburanti. Dall’altro lato, i vertici iraniani esaltano l’accordo come un dividendo della “resistenza”, avendo ottenuto l’azzeramento dell’isolamento economico senza rinunciare ai propri asset strategici. La firma ufficiale del protocollo definitivo è prevista per il prossimo 19 giugno.
Non chiamatela pace: questa è una vile resa contabile. Abbiamo barattato l’onore, la dignità e la sicurezza dell’Occidente per un pugno di dollari e qualche barile di petrolio.
I trecento miliardi con cui Washington si illude di comprare la tranquillità sono il prezzo di un riscatto versato direttamente ai fanatici. È il trionfo dell’ipocrisia: si firmano quattordici punti su un pezzo di carta, si riapre uno stretto marittimo e ci si volta dall’altra parte, fingendo che l’odio teocratico sia svanito. Non è diplomazia, è pura codardia commerciale. Quel denaro non ricostruirà un Paese; foraggerà soltanto il prossimo, inevitabile incendio. Abbiamo pagato i nostri futuri carnefici.
Giuseppe Basilico

Lascia un commento