
Si continua a parlare del conflitto israelo-palestinese come se Israele fosse “in guerra con tutto il mondo arabo”. Ma questa narrazione non regge più alla prova dei fatti, è rimasta ferma agli anni ’60–’70, quando effettivamente Israele era circondato da Stati ostili. Oggi le cose sono cambiate, e anche parecchio.
Nel 2020 sono stati firmati gli Accordi di Abramo, un passaggio epocale: Israele ha normalizzato le relazioni con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan. Da allora, non solo ambasciate e strette di mano, ma commercio reale, joint venture, tecnologia, turismo. Solo con gli Emirati il volume degli scambi è salito a oltre 3,5 miliardi di dollari nel 2023. Parliamo di investimenti diretti, startup con sede congiunta, accordi sull’energia solare, turismo medico, cyber sicurezza.
Anche l’Arabia Saudita, che non ha ancora firmato un trattato ufficiale, sta dialogando in modo molto concreto. Nel 2022 Mohammed bin Salman ha dichiarato che Israele “può essere un potenziale alleato” e oggi i voli commerciali israeliani sorvolano regolarmente lo spazio aereo saudita (cosa impensabile solo cinque anni fa). Sic parla da mesi di un possibile accordo trilaterale con il coinvolgimento degli USA, anche se tutto è ancora in fase diplomatica.
Poi ci sono Egitto e Giordania. Con l’Egitto esiste un trattato di pace dal 1979, con la Giordania dal 1994. Ma non è solo carta: la cooperazione è attiva e quotidiana, soprattutto su intelligence, contrasto al terrorismo, e gestione dei confini. Israele fornisce tecnologia idrica alla Giordania, energia e know-how agricolo. Il gas israeliano alimenta centrali elettriche in Egitto. E il Mar Rosso è pattugliato congiuntamente da più flotte, anche per contrastare la pirateria e la presenza iraniana.
A livello culturale, le cose si muovono lentamente ma si muovono. Sempre più film arabi trattano Israele non come “il nemico eterno” ma come una presenza complessa, a volte persino familiare. I social sono pieni di giovani emiratini, marocchini, egiziani che postano selfie a Tel Aviv o a Gerusalemme Ovest. E il dato che a me colpisce di più è questo: secondo un sondaggio del Washington Institute del 2023, il 42% dei gioni sauditi e oltre il 50% di quelli degli Emirati è favorevole a rapporti economici e tecnologici con Israele.
E no, tutto questo non significa che il conflitto israelo-palestinese sia “irrilevante” o “finito”. Tutt’altro. Ma va inserito in un contesto più grande, più realistico. Oggi il Medio Oriente è un mosaico molto più fluido di alleanze, rivalità, interessi comuni. Israele non è più isolato, non è più l’eccezione che rmpe l’unità araba, anche perché quell’unità, di fatto, non esiste da un pezzo.
Chi continua a dire che Israele è “in guerra con gli arabi” o che è “un corpo estraneo nella regione” non sa come stanno le cose.
La vera partita oggi si gioca su energia, sicurezza, tecnologia, stabilità. Ed è una partita in cui Israele è ormai un attore centrale, riconosciuto e rispettato.
Sostenere la pace oggi significa sostenere i percorsi di cooperazione già in atto, anche se non fanno notizia come le proteste o i razzi. Significa uscire dai vecchi schemi ideologici, e guardare alla realtà, per quanto complessa. Ma concreta.
David Pacifici

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