
Mentre in Norvegia si scava silenziosamente sotto il mare per realizzare un tunnel da 27 chilometri – profondo 400 metri e in grado di far risparmiare oltre mille chilometri di viaggio ai cittadini – in Italia si inaugura l’ennesimo annuncio: il Ponte sullo Stretto di Messina. Una promessa che ritorna ciclicamente come un rito laico della politica spettacolo. Ma stavolta a guidare il sogno faraonico è il ministro Matteo Salvini, con l’ambizione di passare alla storia. Il paragone con l’opera norvegese è impietoso. Laggiù i costi sono sotto controllo (1,9 miliardi di euro), i servizi accessori già pronti, e l’opera verrà completata nei tempi previsti. Qui da noi, invece, parliamo di una spesa iniziale prevista di 13,5 miliardi con una data di fine lavori teorica fissata tra otto anni. Ma sappiamo bene come vanno queste cose: i tempi raddoppiano, i costi lievitano, e gli obiettivi si perdono per strada. Il Ponte da solo non basta. Anzi, rischia di essere un colosso isolato, circondato dal nulla. Perché oggi, tra la Sicilia e la Calabria, la rete infrastrutturale è ferma agli anni del dopoguerra: strade fatiscenti, ferrovie lente, collegamenti inadeguati. Costruire il ponte senza prima adeguare tutto il resto significa buttare soldi in un’opera che non sarà mai realmente funzionale. E poi c’è una questione ancora più importante: ma davvero i cittadini lo vogliono, questo ponte? O lo vogliono solo pochi imprenditori, politici, e “professionisti dell’affare”, pronti a spartirsi l’indotto? Se i siciliani e i calabresi fossero stati davvero convinti, l’opera sarebbe già stata realizzata negli anni Settanta, quando il progetto fu presentato per la prima volta. La verità è che la Sicilia è un’isola, non solo geograficamente. È un luogo unico, una culla del Mediterraneo che va preservata, non travolta da un’“oceano di folla” e traffico. Un’isola che, al netto delle necessità di sviluppo, ha bisogno prima di tutto di una rete dignitosa di trasporti interni, non di una cattedrale sospesa sul mare. Il sospetto, legittimo, è che il Ponte sia l’ennesimo grande palcoscenico per pochi, un’occasione d’oro per alimentare clientele, poltrone, subappalti e speculazioni. Ricorda da vicino il caso delle autostrade, affidate a chi faceva magliette. Oppure quello delle privatizzazioni gestite più come banchetti che come riforme. E allora la domanda resta sospesa sullo Stretto come il ponte promesso: di chi è davvero questa opera? Dei cittadini? Delle regioni coinvolte? Dello Stato? O di pochi “Picone” di turno che trarranno profitto mentre i costi li pagheremo noi per generazioni? Nel mito Icaro volò troppo in alto e cadde in mare. Che non sia anche il destino del Ponte dei Faraoni.
Angelo Santoro

Concordo.
Aggiungerei che in pochi ricordano o sanno che l’idea del Ponte sullo Stretto fu lanciata, credo per la prima volta, all’interno di una fiction di Canale 5, negli Anni ’90, da un costruttore ambiguo che nella serie era interpretato da un ottimo Enrico Maria Salerno.
Una roba da fiction, appunto, che qualcuno prese sul serio.
La prese sul serio un Berlusconi che voleva fare colpo. L’ha presa sul serio un incoerente e inconcludente Salvini, il cui partito non ha nulla da dire su pressoché nulla. Salvo smentire oggi ciò che affermava ieri. un po’ come tutti gli altri.
tutto ciò, del resto, è possibile grazie a una “opposizione del Re di Prussia”. ovvero una pseudo opposizione che fa il gioco della maggioranza.
Ci sono speranze?
No. chi può vada via dall’Italia. Chi può vada via dall’UE.