Doveva essere il convegno della svolta. Orvieto era stato voluto da Prodi per dare un colpo di acceleratore alla nascita del Partito Democratico. I risultati sono stati invece abbastanza deludenti. Sul piano verbale il solito trionfalismo. Fassino, Rutelli, Veltroni e lo stesso Prodi hanno sottolineato come “indietro non si torna”, “stiamo facendo un partito nuovo e non un nuovo partito”, “al Partito Democratico non c’è alternativa”, “questa è l’ultima chance”. Sul piano sostanziale invece nessun passo avanti nel senso che i nodi che erano sul tappeto tali sono rimasti. Una cosa però è certa: su questa storia del Partito Democratico l’Ulivo, così come lo conosciamo da 12 anni, gioca una partita decisiva. Se il processo non va avanti, si sfascia tutto. Ed è per questa consapevolezza che nessuno ha il coraggio di dire quello che poi dimostra di pensare fino in fondo. Le difficoltà si intravedono dagli interventi di molti, su tutti D’Alema e gli ex popolari della Margherita, ma le cose restano sempre a metà. Come se nessuno volesse restare con il cerino in mano. L’unica parola chiara l’ha detta la sinistra Ds che ad Orvieto on è nemmeno andata. Per il resto un colpo al cerchio e uno alla botte. Vediamo allora i problemi che Orvieto ha lasciato aperti. Sono almeno quattro:
1) le radici. Per i Ds nessun dubbio. Anche se si dice che il nuovo partito nascerà dall’incontro dei vari riformismi, il riferimento del PD dovrà essere il PSE. Antitetico il ragionamento della Margherita. Se il partito è nuovo, nuovi dovranno essere i suoi referenti internazionali. E siccome questi non ci sono ecco Rosy Bindi che dice che “saranno gli altri a seguire la nostra strada”. Torna l’Ulivo mondiale che era una boutade e tale resta
2) la natura. Sarà, quello del PD, un cantiere aperto al quale potranno partecipare tutte le forze politiche e sociali che lo desiderano o sarà invece un cantiere chiuso ai cui lavori si partecipa su invito? Qui le differenze non sono più fra Ds e Margherita ma passano attraverso i due schieramenti. Sul primo versante Prodi, sul secondo D’Alema
3) la genesi. E’ una conseguenza del punto precedente e non a caso le divisioni sono le stesse. Il PD deve nascere dal popolo delle primarie che sceglie leader e classe dirigente o dalla fusione dei partiti preesistenti? La differenza è evidente. Nel primo caso si spazza via tutta una classe dirigente e una storia politica, nel secondo caso no. Una parte della Margherita, la cui storia è recente, può accettare la prima soluzione, ma i Ds e l’ala cattolica del partito di Rutelli si rovano più a loro agio sulla seconda
4) i contenuti. Fra Ds e Margherita ci sono forti assonanze sul piano sociale, meno su quello economico e per niente su quello dei temi etici.
Come è evidente, a parte i contenuti che hanno una loro specifica valenza, le altre questioni passano attraverso due linee. La prima è quella del partito nuovo-cantiere aperto-popolo delle primarie, la seconda radici socialiste-cantiere chiuso-decisione dei partiti. Anche ad Orvieto da una parte si è collocato Prodi, dall’altra D’Alema. Il PD si farà dovrà vincere una linea ed essere sconfitta l’altra. Il compromesso fra le due non sarà possibile. E la somma degli addendi non darà il risultato sperato

Avanza un mostro bicefalo: il partito democratico, ovvero la variabile clerico-stalinista dei nostri tempi.
“O” come Orvieto, come “omega”, come fine: il XX° secolo finisce qui e finalmente si apre una nuova parentesi. Più che la caduta del muro di Berlino del 1989, il Novecento finisce, ai tempi supplementari, con l’avvicinamento e la fusione delle due chiese, quella cattolica e quella comunista, meglio, dei più acritici e burocrati yes-men che fanno carriera nella solerzia, all’ombra dell’obbedienza cieca, sempre e comunque, alle ragioni superiori (minores cessantes) della propria “parrocchia”.
Nella storia i processi non vanno arrestati, né tanto meno ritardati, ma accompagnati, se non si vuol correre il rischio di essere travolti; era nell’aria, noi lo subodoravamo da quasi un decennio, ne abbiamo lasciato traccia scritta già dal congresso D.S. del 2001 con il ns. articolo “Fassino al centro, varco a sinistra” pubbl. Notizie on line 30.11.2001″ . Tuttavia chi pensa di cavarsela con il nomignolo “catto-comunista” da affibbiare al nascente “partito democratico” pecca quanto meno di superficialità. Il padre del catto-comunismo fu un autorevole dirigente del P.C.I. di una quarantina d’anni fa, Franco Rodano, che compì un’ardita, originale e coraggiosa operazione in tempi non sospetti, fuori dal basso tatticismo elettorale, lanciando un ponte che doveva mantenere vivo l’intento unitario e popolare della Resistenza, un seme verso la chiesa cattolica, che nel frattempo faceva i conti con la sua storia e si apriva alla modernità del Concilio Vaticano II. Il nomignolo fu replicato come insulto dai “berluscones” nell’ultimo decennio.
Negli anni ’70 poi, il compromesso storico D.C – P.C.I. fu quasi raggiunto, ma mai realizzato, nella tempesta degli anni di piombo, quando i partiti di Andreotti e Berlinguer erano onorevolmente quotati al 70% dell’elettorato, in un sistema democratico e pluralista. Oggi siamo alla farsa: parte di Margherita e D.S. (con qualche “autista” e “maggiordomo”) non riusciranno a mettere insieme il 25% degli italiani e il tentativo di forzare un bipolarismo bipartitico sempre più innaturale, antidemocratico e antipluralista, per quanto è nell’evoluzione dei processi per inerzia del nostro quadro politico, non riuscirà a chiudere la partita, ma aprirà uno scenario che fino a qualche mese fa sembrava irreale e impossibile.
Va quindi tributato un merito a questa operazione, “becchina” o “levatrice” che sia, quello di allontanarci per sempre un sistema bipolare bloccato, con due partiti egemoni e diversi cespugli. L’operazione però viene compiuta nella logica della “realpolitik”, un’alleanza di potere insofferente al nuovo, ai movimenti, ai respiri ideali e alle eterodossie, un’alleanza nel nome della “burocràtsja”, ossificata e senile, tutta protesa alla gestione di poteri e sottopoteri, nel nome dell’ortodossia fino al midollo, un’alleanza che “non farà prigionieri”, prosaica, praticona e spiccia, che darà avvio alla stagione delle “purghe”, un’alleanza nostalgica dei carri armati sovietici che “normalizzavano” Budapest 50 anni fa e soffocavano la primavera di Praga nel grigiore brezneviano il 1968, con il “valore aggiunto” della peggiore Democrazia Cristiana (che non è stata solo rose e fiori), cinica e disposta a tollerare tutto e il contrario di tutto, all’interno e all’esterno, purché fosse funzionale alla conservazione degli scranni del potere.
Di fronte a questa ipotesi, a cui seguirà un’altrettanto perniciosa alleanza della cosiddetta “casa dei moderati” (un monarca, pochi feudatari e molti servi della gleba, con tanto liberismo e qualche elemosina), la politica “rischia” di rinascere sotto i migliori auspici (eterogenesi dei fini), con un terzo polo che non è più un raccoglitore di frattaglie, nostalgie e materiale di risulta della storia politica più o meno recente, ma al contrario una formidabile e necessaria opportunità in grado di confederare più storie e di guidare l’Italia per i prossimi trent’anni, coniugando modernità e giustizia sociale, un terzo polo per la terza repubblica che non avrà bisogno di definirsi anticattolico, anticomunista e anticonservatore per catturare i vecchi istinti viscerali e i rancori della vecchia generazione.
Francesco Attolico attolico.dsepuglia@tele2.it – robin.son@email.it Tel.338.3156505