
Martedì 18 agosto nello Zamboye nella Repubblica Centrafricana, una miniera d’oro illegale è crollata, travolgendo oltre cento persone. Uomini e donne che scavavano nella terra, spesso a mano e senza protezioni, per estrarre uno dei beni più preziosi del pianeta.
C’è qualcosa di terribilmente simbolico in questa immane tragedia. Perciò ho voluto fare una piccola ricerca su questo tema.
Nel 2025 circa tre quarti dell’offerta mondiale di oro sono arrivati dalle miniere e poco più di un quarto dal riciclo.
La Cina è oggi il maggiore produttore mondiale, ma l’oro viene estratto praticamente in tutto il mondo. Circa il 20% proviene da miniere illegali e artigianali presenti nei Paesi più poveri soprattutto in Africa, Asia e America Latina. Nell’estrazione del prezioso metallo si calcola che nel mondo lavorino tra 10 e 20 milioni di persone, spesso senza vere protezioni, utilizzando ancora mercurio e scavando pozzi e gallerie in condizioni spaventose.
Per recuperare anche le particelle più minute d’oro, milioni di minatori utilizzano il mercurio, un materiale che si lega all’oro, formando un amalgama da cui con il calore evapora il mercurio e resta l’oro.
Un metodo semplice ed economico, ma micidiale per chi lo respira e per l’ambiente.
Non sappiamo nemmeno quanti muoiano cercando l’oro. Non esiste una statistica mondiale specifica. La Banca Mondiale ha però calcolato che nell’intero settore minerario artigianale e illegale si potrebbe arrivare a circa 30.000 morti ogni anno. Una strage silenziosa di cui Zamboye è soltanto l’ultimo episodio.
Inoltre, chi sta in fondo alla buca resta povero.
Intorno all’oro si muove infatti una gigantesca catena di valore: compratori locali, intermediari, esportatori, grandi società minerarie, raffinerie, finanza e gioielleria. Nel 2025 la domanda mondiale di oro ha raggiunto il valore record di 555 miliardi di dollari.
Accanto al mercato legale prospera quello clandestino. Swissaid ha stimato che nel solo 2022 fino a 435 tonnellate d’oro siano uscite illegalmente dall’Africa, per oltre 30 miliardi di dollari; più del 70% dell’oro artigianale africano non sarebbe stato dichiarato. Una parte enorme di questo passa attraverso grandi hub commerciali internazionali, a cominciare dagli Emirati Arabi Uniti, e da lì rientra nella filiera mondiale e viene poi lavorato e venduto.
Le regole, almeno sulla carta, esistono. L’OCSE ha definito standard di “due diligence” per l’oro proveniente da aree di conflitto o ad alto rischio. L’Unione europea, con il regolamento 2017/821, impone dal 2021 controlli agli importatori. Negli Stati Uniti il Dodd-Frank Act prevede verifiche sui cosiddetti “minerali da conflitto”, compreso l’oro. La Convenzione di Minamata punta a ridurre ed eliminare l’uso del mercurio nelle miniere artigianali, devastante per lavoratori e ambiente. Anche le grandi raffinerie del mercato di Londra devono rispettare regole sull’approvvigionamento responsabile.
Eppure la catena della tracciabilità si spezza e nulla impedisce miniere senza licenza, confini porosi, intermediari e speculatori avidi, passaggi attraverso altri Paesi, controlli deboli. Quando il metallo arriva alla fusione, la sua storia spesso è diventata invisibile.
Oggi anche quell’oro vale moltissimo. Il 21 agosto quota circa 4.500 dollari l’oncia -31,10 grammi- quasi il doppio della media del 2024. A gennaio aveva superato addirittura i 5.500 dollari.
Da millenni l’oro è una riserva di valore e continua ad essere uno dei principali beni rifugio. Quando aumentano guerre, instabilità finanziaria, timori sul debito, sull’inflazione e sul valore delle monete, investitori e banche centrali, oltre che semplici cittadini, tornano a cercarlo.
C’è un paradosso feroce: più il mondo ha paura, più l’oro vale. Ma chi entra nella terra per estrarlo può continuare a morire povero.
Per questo Zamboye ci riguarda più di quanto sembri. Dietro la lucentezza di un lingotto o di un gioiello può esserci una catena di sangue, fatta di povertà, sfruttamento, mercurio, contrabbando e morti sul lavoro.
Se vogliamo parlare seriamente di sostenibilità e diritti umani, dovremmo pretendere di sapere con certezza da dove viene l’oro che compriamo.
Ma c’è una domanda più di fondo: se un sistema economico capitalistico consente che milioni di esseri umani rischino la vita e si avvelenino e che decine di migliaia ogni anno muoiano per estrarre ricchezze dalle quali altri ricavano enormi profitti, per quale ragione non dovremmo chiamare tutto questo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, combatterlo con determinazione e continuare ad aspirare ad una società diversa?
Una volta Enrico Berlinguer disse: “Noi vogliamo una società socialista che rispetti tutte le libertà, meno una: quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani, perché questa libertà tutte le altre distrugge e rende vane.”
Un pensiero che oggi è più che mai attuale.
Enrico Rossi

Lascia un commento