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Ora tocca a Taiwan

Dopo una lunga attesa sulla riva del fiume Pechino ha osservato con pazienza che gli Stati Uniti fossero impegnati nelle loro crisi mediorientali e che la Russia consumasse energie nel pantano ucraino, limitandosi nel frattempo ad offrire affari e armamenti con prudenza calcolata. Oggi, però, la Cina chiede ai propri partner strategici la stessa tolleranza: che nessuno interferisca nella partita che considera più identitaria di tutte, quella di Taiwan. Per comprendere la determinazione cinese occorre ricordare che la questione non nasce oggi. Affonda le sue radici nel 1949, quando il Kuomintang di Chiang Kai-shek si ritirò sull’isola dopo la vittoria di Mao sul continente trasformando Taiwan nel rifugio della vecchia Repubblica di Cina.

di Angelo Santoro | 26 Novembre 2025

Dopo una lunga attesa sulla riva del fiume Pechino ha osservato con pazienza che gli Stati Uniti fossero impegnati nelle loro crisi mediorientali e che la Russia consumasse energie nel pantano ucraino, limitandosi nel frattempo ad offrire affari e armamenti con prudenza calcolata. Oggi, però, la Cina chiede ai propri partner strategici la stessa tolleranza: che nessuno interferisca nella partita che considera più identitaria di tutte, quella di Taiwan. Per comprendere la determinazione cinese occorre ricordare che la questione non nasce oggi. Affonda le sue radici nel 1949, quando il Kuomintang di Chiang Kai-shek si ritirò sull’isola dopo la vittoria di Mao sul continente trasformando Taiwan nel rifugio della vecchia Repubblica di Cina. Da allora le due Cine hanno vissuto per decenni come specchi contrapposti: due governi, due sistemi, due narrazioni, ciascuna convinta di rappresentare l’intera nazione. Durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti scelsero l’isola come baluardo anticomunista, mentre Pechino consolidava il proprio potere e iniziava a considerare la “riunificazione” una tappa inevitabile della propria rinascita nazionale. Ma negli anni ’80 e ’90 Taiwan si democratizzò sviluppando una sua identità politica distinta, e la tensione esplose ancora una volta durante la crisi del 1995-96, quando i test missilistici cinesi portarono Washington a inviare due gruppi di portaerei nello stretto. Da allora la Cina ha costruito la più grande marina del mondo e presenta la questione taiwanese come l’ultimo capitolo per chiudere il “secolo dell’umiliazione” iniziato con le guerre dell’oppio: non solo geopolitica, dunque, ma storia, prestigio e riscatto nazionale. Oggi, con Washington distratta su più fronti – e con la grana del Venezuela che si aggiunge al quadro – e con Mosca logorata dal conflitto ucraino, la finestra strategica appare a Pechino particolarmente favorevole. Per la leadership cinese l’occasione di accelerare sul dossier taiwanese potrebbe non ripresentarsi così facilmente. Ed è in questa logica che si inserisce il recente irrigidimento nei confronti dell’isola invitata a “tornare a casa” con le buone o, se necessario, con le cattive. A complicare il quadro potrebbe essere il Giappone, che nello stretto vede transitare le linee vitali della propria economia e negli ultimi anni ha assunto un atteggiamento più assertivo. Un suo intervento – anche solo politico, logistico o di deterrenza – potrebbe accendere una miccia dalle conseguenze imprevedibili. Oppure, ipotesi meno fantasiosa di quanto sembri, le grandi potenze hanno già definito a tavolino una tacita ripartizione delle rispettive sfere di influenza: “questo a me, quello a te”. In tal senso non è passato inosservato l’atteggiamento di Trump nei confronti di Putin e la sua richiesta, rivolta a Cina e Russia, di non ostacolarsi a vicenda nella gestione della crisi ucraina. Difficile immaginare che Pechino non abbia chiesto nulla in cambio: nella logica delle superpotenze la questione taiwanese è da sempre la moneta più preziosa. E infatti mai come adesso la Cina appare determinata a chiudere una disputa che considera storica, esistenziale e inevitabile.

Angelo Santoro

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Angelo Santoro

Angelo Santoro è un giornalista e scrittore. Editorialista di “Avanti Online”

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