Se, se ne parla in tutta Europa, qualcosa puzza. Così l’Italia e l’Europa scoprono Navalny, dimenticando che la Russia non è terra democratica avvezza a certe cose, ma ad aver vissuto sempre per e con uno Zar fin dai tempi dei mocsci e dei tartari. Così, Navalny viene costruito per sostituire Putin, ormai poco presentabile e logoro ai fini di conservare il potere dell’oligarchia fiorita dalle bande criminali degli anni novanta che il grande scempio che fece il Volga colorato in rosso. I veri oppositori al regime sono morti tutti o quasi: è morto Nemtsov assassinato da sicari ceceni, quelli di Kadirov, quinta colonna di Putin. È morto Sheremet, saltato in aria a Kyiv, sono morti centinaia di giornalisti; ad esempio l’omicidio della Politkovskajia. Anche la bielorussa Valerya Novodvorskaya, vera dissidente, rinchiusa per anni in un ospedale psichiatrico e morta nel 2014 da Sindrome da shock tossico, cioè avvelenata com’è in uso tipico, ebbe modo di valutare Navalny. In una intervista a Navalny fu chiesto se avrebbe restituito la Crimea all’Ucraina; la risposta fu più o meno “non è un panino(butterbrod) che si restituisce”. Purtroppo l’Europa arriva sempre in ritardo, senza capire, o voler capire. Si recita il medesimo copione anche oggi come fu ai tempi di Lenin e Trotzkij, o come fu per l’Holodomor. Chi è Navalny lo racconta la giornalista e slavita Martina Napolitano in una intervista in lingua inglese, dimenticando molto dei suoi trascorsi di neonazista, mescolato al populismo russo che insegue il passato di un nuovo grande impero, che come quello di Putin riecheggia e si afferma nella nell’occupazione della Crimea e della georgiana Ossezia. Navalny così sfugge al Novichok, un classico usato anche in Inghilterra su l’ex spia russa Skripal. Sfugge, cioè, ad un destino segnato o forse preparato; non muore: solo quasi. Non verrà eletto in futuro, ma elevato da un plebiscito. La famiglia è di origine ucraina di un piccolo paesino di nome Zalissia, oggi inesistente, vicino a Chernobyl. L’estate la trascorre spesso laggiù dal nonno. Ma è Moscow la sua patria. È uno dei dissidenti, forse quello più malleabile, ma nel sistema di mosse e contromosse per il potere, restano incomprensibili tutti i passaggi di una successione che trova ancora in Kadirov la chiave di volta e rende incerto il futuro del Cremlino. Molte repubbliche chiedono l’indipendenza dalla Russia e parimenti ai disordini in nome di Navalny, ci sono quelli per la democrazia e per l’indipendenza che lo stesso Navalny ostacola. Così Khabarovsk e a Komsomolsky sull’Amur, o l’isola di Sakhalin, come la penisola di Kamchatka: le manifestazioni sono contro Putin, ma non specificatamente per Navalny. Manca alla Russia l’idea di democrazia, del confronto libero. Radicato, piuttosto, è quello imperiale con i soliti ingredienti dell’accerchiamento dal nemico che suggestiona, affascina. Navalny non è l’uomo che farà assomigliare la Russia all’Occidente, che la emancipa in una nuova società, ma può essere quello che ancora una volta darà all’Occidente un alibi per trovare nuovi affari, magari dimenticando la squallida guerra del Donbass e non solo quella.
Enrico Martelloni

Un po’ di luce nella nebbia dell’ottusità diffusa.