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Mario Draghi la carta per cambiare la politica

Sarebbe necessario che Draghi, insieme alla squadra di governo che metterà in piedi, restasse alla guida del Paese almeno per una decina d’anni. E’ il tempo, più o meno, che ha a disposizione chi guida Paesi come chi guida Paesi come gli Stati Uniti, la Francia, la Germania.

di Valentino Baldacci | 11 Febbraio 2021

Non è la prima volta che il sistema politico italiano, giunto sull’orlo del precipizio, riesce all’ultimo momento a trovare una soluzione che in qualche modo consente di evitare il collasso del sistema stesso.
In questa occasione la soluzione – ma sarebbe meglio chiamarla la risorsa – si è chiamata Mario Draghi, una risorsa che in realtà era ben presente da molto tempo agli attori della mediocre commedia che si recitava sul palcoscenico della politica italiana, ma una risorsa a cui non si voleva ricorrere perché la sua presenza avrebbe ancor più messo in evidenza la pochezza del resto della compagnia.
C’è voluta l’iniziativa di un altro personaggio fuori del coro come Matteo Renzi per sbloccare la situazione e per creare le condizioni che hanno consentito al Presidente della Repubblica di chiamare in causa l’ex Presidente della BCE. Che Matteo Renzi sia un leader politico discusso è noto, e anche se le critiche che abitualmente gli vengono rivolte provengono soprattutto dai responsabili del precipizio nel quale il nostro Paese rischia di cadere non è detto che esse siano sempre ingiustificate. Ma una cosa almeno a Renzi va riconosciuta: di essere un vero leader politico – un cavallo di razza, si sarebbe detto una volta – capace di comprendere i dati di fondo del quadro politico e di agire inconseguenza, assumendosi tutti i rischi che la sua iniziativa comporta.
In questo caso il quadro era costituito da un governo chiaramente incapace di affrontare, prima ancora che di risolvere, le emergenze sanitaria, economica e sociale che il Paese sta attraversando e ovviamente ancor meno le debolezze strutturali che il Paese si trascina dietro da decenni, e ciò per l’evidente inadeguatezza del capo del Governo e della maggior parte dei ministri. Nonostante ciò il Governo restava in piedi in nome di un presunto stato di necessità costituito da una asserita mancanza di alternative perché, si sosteneva, la destra sovranista non era abilitata a governare il Paese per il suo rifiuto del quadro di riferimento europeo. Si ripeteva cioè – ad attori cambiati – la stessa situazione che nel corso del secolo passato ha caratterizzato la politica italiana. Un sistema bloccato a causa della presenza del fattore K, della presenza del partito comunista che non poteva costituire un’alternativa di governo a causa dei suoi legami internazionali. Adesso la situazione si ripeteva ma con il rovesciamento dei punti cardinali: l’inabilità a governare non caratterizza più la sinistra ma la destra, ma pur sempre con la motivazione delle scelte di politica internazionale.
Tale mancanza di alternative era in realtà il frutto della mediocrità della classe politica: la capacità di un leader politico sta proprio nell’individuare alternative possibili fuoriuscendo da un quadro che si caratterizza per il suo immobilismo. E’ ciò che è avvenuto con l’iniziativa di Renzi: si è visto così che, una volta rifiutato e messo in crisi un quadro politico ormai insostenibile, l’alternativa c’era ed era praticabile.
Adesso stiamo vivendo un momento quasi di euforia. In parte per lo scampato pericolo, in parte perché la figura di Mario Draghi appare in grado di risolvere, almeno in prospettiva, non solo le emergenze ma anche quei limiti strutturali a cui si faceva cenno. Ma è proprio così? In realtà gli aspetti di fondo del sistema politico non sono cambiati e come nel momento dell’emergenza la creatività di Matteo Renzi ha capovolto i termini del quadro politico così, in modo analogo ma con intenti opposti, superata la fase più critica le forze politiche conservatrici, cioè la grande maggioranza del Parlamento, possono, con un pretesto qualsiasi, mettere fine all’esperienza di Draghi e tornare al più rassicurante quadro di partenza,
Sarebbe necessario che Draghi, insieme alla squadra di governo che metterà in piedi, restasse alla guida del Paese almeno per una decina d’anni. Può sembrare un’esagerazione ma in realtà è il lasso di tempo che – più o meno e salvo casi eccezionali – ha a disposizione chi guida Paesi come gli Stati Uniti, la Francia, la Germania. Nell’attuale sistema politico una permanenza alla guida del
governo che vada al di là di limiti molti ristretti è impossibile: già adesso si indicano le possibili scadenze dell’esperimento Draghi: l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica o, al più tardi, l’elezione del nuovo Parlamento; in altre parole, uno o due anni di vita.
Se si vuole che l’esperimento di Draghi possa dare tutti i suoi frutti occorre necessariamente fuoriuscire dal sistema politico esistente. Il quadro politico italiano si basa su una falsa equazione che fa coincidere la democrazia con il parlamentarismo. In realtà l’essenza e la garanzia della democrazia è la divisione dei poteri, come ci insegna l’esperienza plurisecolare degli Stati Uniti e come hanno dovuto riconoscere altri Paesi, con in testa la Francia. Il Parlamento è il luogo centrale dove si esprime la sovranità popolare, ma questo non significa che la funzione di governo e l’esercizio della giustizia siano mere appendici del Parlamento stesso. Per l’esercizio della giustizia è ormai universalmente accettato il principio dell’indipendenza della magistratura. Non si capisce perché lo stesso principio non debba essere accettato per il potere esecutivo, come ci mostrano gli esempi dei tre Paesi sopra citati.
In quali forme specifiche si debba manifestare questa autonomia dell’esecutivo dal legislativo dipende dalle tradizioni storiche e dalle culture politiche di ciascun Paese: Stati Uniti, Francia e Germania, pur seguendo lo stesso principio, lo hanno applicato in tre maniere diverse. Lo stesso può valere per l’Italia: è possibile, per esempio, che la stabilità dell’esecutivo sia meglio garantita dal sistema del premierato, mantenendo così la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica, che la esercita insieme alla Corte costituzionale. Ma qualunque sia la formula prescelta, è certo che se non si utilizza questo particolare momento di crisi e di debolezza delle forze politiche più conservatrici per una riforma del sistema istituzionale che dia al potere esecutivo la necessaria autonomia, si può essere certi che in tempi nemmeno troppo lunghi ci ritroveremo alle prese con gli stessi problemi che hanno indotto il Presidente della Repubblica a chiamare.

Valentino Baldacci  (www.vocerepubblicana.it)

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, bce, capo del governo, classe politica, corte costituzionale, crisi, democrazia, disposizione, draghi, francia, germania, governo, la germania, magistratura, mario draghi, matteo renzi, parlamento, politica italiana, presidente della repubblica, renzi, repubblica, responsabili, sistema politico, soluzione, sovranità popolare

Info Valentino Baldacci

Valentino Baldacci ha insegnato nella Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. È autore di numerose pubblicazioni, fra le quali: Liberalismo e liberismo, liberalismo e borghesia nel pensiero di Piero Gobetti (1963); Estremismo e catastrofismo in Franco Rodano (1964); Il calcio come ideologia (1970, con Gerhard Vinnai); Pinocchio e la sua immagine (1981, con Andrea Rauch); L’”Encyclopédie” nella Toscana del ‘700: successi e fallimenti di progetti editoriali (1985); II 18 aprile 1948: la campagna di Toscana (1988); Filippo Stecchi. Un editore fiorentino del Settecento fra riformismo e rivoluzione (1989); II lampione e la lanterna: una chiacchiera sulla satira politica nella Toscana del Risorgimento (1993); La satira politica nella Toscana del Risorgimento – Periodici 1848/1860 (1993); Pietro Leopoldo, un grande riformatore (2000); Il sistema dei beni culturali in Italia – Valorizzazione, progettazione e comunicazione culturale (2004); Gli itinerari culturali – Progettazione e comunicazione (2006); Guadagnarsi il pane. Luoghi e tempi del lavoro in Toscana tra ‘800 e ‘900 (2008, con Zeffiro Ciuffoletti); La Toscana nell’età del Risorgimento (2010 – con Cosimo Ceccuti); Ernesto Nathan, Paolo Orano e l’antisemitismo in Italia (2012); Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza (2013); Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (2014).

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Adalberto Scarlino

    12 Febbraio 2021 alle 17:08

    Se mi posso permettere, con tutta la stima per il professor Baldacci, di che razza sia il cavallo di Renzi lo avremmo potuto chiedere ( purtroppo adesso non più ) a Franco Marini , che aveva definito il senatore di Sandicci “un pericoloso vanesio, dall’ambizione sfrenata”. Potremmo ancora domandarlo a Enrico Letta, che ha sperimentato la “serenità” auguratagli e rifilatagli dallo stesso senatore. Potremmo riconoscere quella “razza” nella recentemente conoscuta storia delle conferenze pagate dai sultani sauditi al senatore di questa repubblica in carica, con stipendio già pagato dai cittadini italiani. Potremmo, se mi è permesso……..

    Rispondi

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