Come spesso accade la realtà ha superato la fantasia ed ancora una volta le vicende giudiziarie paiono la sceneggiatura di qualche vecchio film di Totò. Sulle Gazzette Ufficiali, invece, si susseguono spasmodicamente leggi e leggine nel tentativo di contrastare, con strumenti sempre più moderni e sofisticati, il fenomeno corruttivo che dilaga. Ma andiamo per ordine.
Dal 7 gennaio scorso è partita la Banca dati nazionale unica antimafia presso il ministero dell’Interno. Tra i congegni messi in campo dall’Italia per arginare le organizzazioni criminali vi è quindi ora anche il “cervellone” che dovrebbe raccogliere in modalità elettronica i dati sulle imprese italiane, segnando un netto discrimine tra quelle da considerate “pulite” e quelle invece “a rischio infiltrazione” da parte della malavita organizzata.
L’operatività della Banca dati antimafia era attesa da tempo: basti pensare che, istituita già nel 2011, sulla Gazzetta Ufficiale del 7 gennaio 2015 era stato pubblicato il regolamento che ne disciplinava le modalità di funzionamento.
In conseguenza di tutto ciò, da gennaio 2016 le prefetture non possono più accettare richieste di documentazione antimafia avanzate con il metodo tradizionale, cioè su carta, ma solo quelle pervenute per via telematica.
Insomma, di primo acchito sembrerebbe di stare a parlare di democrazie del nord Europa dove quasi tutto è gestito con i più avanzati strumenti tecnologici e la rapidità e l’efficienza caratterizza l’azione degli apparati amministrativi pubblici e privati.
Sennonché incominciano subito le cattive notizie: il “cervellone” al momento è praticamente inutilizzabile per un duplice motivo.
Infatti c’è la banca dati ma mancano i dati. Il fatto è che l’archivio parte da zero e viene alimentato con il passare dei mesi dalle prefetture: quando si riceve una richiesta relativa a un’impresa, i suoi dati vengono caricati nel sistema e, dalla volta successiva, essi sono disponibili in tempo reale. Per il primo caricamento, invece, servono diverse settimane ed in qualche prefettura più sovraccarica di lavoro per la prima emissione di un documento antimafia possono occorrere anche sei mesi dalla richiesta.
Attualmente sarebbero state censite circa 100 mila imprese che può sembrare anche un numero importante se non fosse per il fatto che nel nostro Paese ne esistono circa 5 milioni, di cui 800 mila nel settore più a rischio: quello cioè delle costruzioni.
Altro punto debole è costituito dall’accreditamento delle amministrazioni. A fronte di circa 35 mila stazioni appaltanti presenti l’iter abilitativo è stato al momento portato a compimento da meno di 5000 soggetti con la conseguenza che l’utilità del sistema verrà meno sin quando tutti gli enti aventi diritto non saranno stati abilitati.
Staremo dunque a vedere a quale ritmo evolveranno le cose. Intanto sono invece in piena proliferazione i fenomeni corruttivi che si vorrebbero arginare.
E’ dell’altro giorno la notizia della richiesta di rinvio a giudizio dell’ex presidente dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici (le cui funzioni rientrano attualmente tra i compiti attribuiti all’Anac).
L’accusa – riguardante sia l’alto dirigente che altre 80 persone ! – contesta il rilascio irregolare delle attestazioni necessarie alle imprese per la partecipazione alle gare di appalto.
Secondo gli inquirenti, gli imputati attraverso comportamenti illeciti, tra cui certificazioni false di lavori precedentemente svolti e fittizie cessioni di rami d’azienda, avrebbero certificato il possesso di requisiti (poi rivelatisi inesistenti) necessari per partecipare agli appalti: in questo modo sarebbe stata creata una turbativa nel mercato degli appalti pubblici.
Proprio qui è l’aspetto paradossale: chi aveva il compito istituzionale di vigilare sulla legalità ed il rispetto delle regole nell’ambito degli appalti pubblici non ci ha pensato due volte a cambiare casacca e ad commettere atti contrari ai suoi doveri d’ufficio, accettando la promessa di benefici e ricevendo denaro e altre utilità economiche da terzi.
Purtroppo anche la Toscana comincia a non essere indenne da questa piaga. Un quadro impietoso è stato tracciato dalle Procure della regione che il 3 febbraio scorso, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2016, hanno evidenziato un forte aumento dei reati contro la pubblica amministrazione: addirittura, nell’arco dell’ultimo anno, nel solo distretto di Firenze, l’incremento ha raggiunto quasi il 10%.

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