Siamo un popolo ben strano noi italici. Ogni giorno diventiamo più poveri tra stagnazione, recessione, inflazione, carovita, caro benzina, caro pasta, caro zucchina, caro pompelmo, eppure pensiamo e investiamo in massaggi. Cala l’industria della vacanza tradizionale, e noi l’avevamo detto in tempi non sospetti, ed invece cresce e cresce parecchio l’industria del relax personale, del benessere del proprio corpo e della propria mente. Meno pensione fritto misto e tortiglioni, più albergo con Spa, saune, massaggi, piscine, trattamenti al sale. Come dire, la contraddizione sembra evidente ed invece è spiegabilissima. Crollano le banche che sembravano colossi inattaccabili, il presidente francese invoca all’Onu nuove regole per il capitalismo moderno (sic) che sembra più preistorico, molte aziende non riescono a contrattare un minimo di aumento per ripagare dell’inflazione i propri dipendenti, una pizza di oggi ci costa come un pranzo di nozze di dieci anni fa eppure ci buttiamo a capo fitto nelle maschere di bellezza, nelle beauty farm, nelle spa, nelle piscine, nelle saune. L’industria del benessere in Italia, in termini di addetti, è tre volte l’Alitalia, sessanta mila addetti, in quasi trentamila imprese, tra cui gli oltre duemila stabilimenti termali. Ebbene si in Italia abbiamo più terme che sindacati. Tra massaggi, maschere e saune l’anno scorso avremmo speso (media di Trilussa del pollo e delle patatine,) circa 300 euro a testa. Ovvio molti non hanno speso niente, qualcuno ha spesso anche mille euro. Ma il dato rimane. Come si spiega tutto questo? Rinunciamo a tre giorni di vacanza tradizionale, e ci facciamo tre giorni di benessere in più.
E si spiega anche con la crisi. In momenti di crisi, di perdita di riferimenti solidi e storici, la gente cerca consolazione anche nelle forme considerate più effimere, come un massaggio. Ma che in fondo effimero non è, ne dal punto di vista economico ne dal punto di vista della salute e del benessere complessivo. Ma questo pone seri interrogativi a tutta l’industria del turismo in generale. Vorrà dire qualcosa se quest’anno, per la prima volta dopo decenni, sono calate le uscite dai caselli autostradali della riviera romagnola. Un segnale rosso. Vorrà dire qualcosa se le statistiche nude e crude ci mettono davanti che quest’anno la media di un soggiorno al mare non ha superato i quattro giorni, cioè le tre notti. Vorrà dire qualcosa se fatturato e numero presenze è diminuito anche se i grandi numeri hanno tenuto: su una popolazione di turisti dai Lidi Ferraresi a Cattolica di oltre 40 milioni di unità un po’ di agio economico lo realizzi, ma se non si inventano iniziative del tutto nuove come le rinnovate notti bianche o le feste dello sport della spiaggia, il vecchio turismo lettino, ombrellone, grigliata di pesce e linguine gamberi zucchine non tira più. Il messaggio del 15 per cento di aumento di presenze nei centri benessere, l’idea che una località con terme riesce richiamare di più di una località senza centri termali dovrebbe indurre tutti ad una riflessione sulla riforma dell’offerta turistica. Non solo nuovi voli Mosca Rimini ma nuovi pacchetti di offerte combinate svago, salute, benessere, bellezza. Con buona pace dei parchi divertimenti e della vecchia trattoria dell’entroterra.
Fabrizio Binacchi
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