Per gli organismi geneticamente modificati, l’Italia è come se stesse oltre i confini della terra. Quasi fossero killer pericolosi, essi sono guardati – quando va bene – con sospetto e sennò con ostilità; sollecitano levate di scudi, toni da crociata. Ora, in questa sede, non si disquisirà delle mistificazioni e adulterazioni che si fanno passare per scientifiche, dei miti e delle ‘verità’ che una cultura che profuma di arretratezza ha nel tempo confezionato; ma solo e semplicemente dello stile tutto italiano con cui una vicenda concreta, in fatto di Ogm, è stata gestita. L’occasione ci è servita su un piatto d’argento dalla sentenza del Tar del Lazio n. 5532 del 21 giugno scorso, che ha deciso il ricorso contro il Ministero delle Politiche Agricole, quelli della Salute e dell’Ambiente e contro la Regione Friuli con il quale l’Azienda Agricola Silvano Dalla Libera (sostenuta ad adiuvandum dalla Confagricoltura lombarda) chiedeva l’annullamento del decreto del Ministero delle Politiche Agricole del 19 marzo 2010 (era Ministro l’attuale Governatore del Veneto, Zaia) che aveva respinto l’istanza di autorizzazione per la coltivazione di mais transgenico. La sentenza riassume le funzioni assegnate in materia alla normativa comunitaria, nazionale e regionale: mentre la prima “si occupa di tutelare l’ambiente, la vita e la salute di uomini, animali e piante, lo stesso legislatore europeo lascia invece alla normativa interna (degli Stati, ndr) la possibilità di adottare le misure più opportune per limitare gli effetti economici connessi alle potenzialità diffusive degli Ogm e, quindi, non compromettere la biodiversità dell’ambiente naturale in modo da garantire la libertà di iniziativa economica, il diritto di scelta dei consumatori e la qualità e la tipicità della produzione agroalimentare nazionale”. In ultimo, le modalità di attuazione del principio di coesistenza (che ha superato, diciamo così, anche il vaglio della Corte Costituzionale, con sentenza n. 116 del 2006) sono rimesse alla competenza delle Regioni; solo nel caso in cui queste rimangano inerti, lo Stato (lungi dall’arrestare i procedimenti di autorizzazione) deve attivare i propri poteri sostitutivi – altrimenti rendendosi inapplicabile un principio imposto dal diritto comunitario.
Nel procedimento amministrativo sull’istanza di autorizzazione presentata dalla Azienda Agricola friulana, la Commissione ministeriale per i prodotti sementieri geneticamente modificati ha chiesto il parere della Regione Friuli, la quale però si era guardata bene dall’adottare il piano di coesistenza ed ha invece travalicato i propri poteri proponendo nel parere argomenti che non sono di sua competenza. La Commissione ministeriale ha nondimeno preso per buono ed in toto il documento della Regione e il Ministero, senza mai essersi preoccupato dell’attivazione dei poteri sostitutivi, non ha trovato di meglio che farlo, di fatto, a sua volta proprio con decreto, rigettando l’istanza dell’agricoltore. Afferma il Tar del Lazio che a ciò si è pervenuti dunque “sulla base di un parere espresso proprio da uno dei soggetti cui è direttamente ed immediatamente imputabile la situazione di stallo istituzionale che si è venuta a creare in conseguenza della volontà da questi manifestata chiaramente di non volere adempiere agli obblighi di natura comunitaria gravanti sugli stessi”.
Non v’è chi non veda come, dettando la sentenza, i magistrati amministrativi abbiano indirettamente gettato un autentico macigno sopra le citate istituzioni e se non fosse che in questo Paese certe cose un po’ scomode scivolano di dosso come niente, ciò dovrebbe sollevare un polverone politico.
Vi sta scritto nero su bianco che le istituzioni non hanno svolto il proprio dovere, che sono stati disattesi i compiti affidati dalla legge e, tra le righe, (si desume) che l’ideologia ha esondato e cancellato il diritto. La sentenza rende giustizia all’agricoltore ma non cancella la vergogna di un quadro istituzionale avvinto, per motivi politici e forse per precisi interessi economici, alla dittatura di autentiche fissazioni e, soprattutto, non garantisce che la vertenza finirà qui.
Sugli Ogm è in atto un grande, un immenso pasticcio, che pagheremo caro: un triste primato made in Italy che confido dall’estero nessuno voglia invidiarci.
Paolo Marini

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