La Bic è la tesi e l’antitesi della penna: tutti ce l’hanno ma non ce n’è uno che la ‘esibisca’; non si usa per firmare un proclama né un trattato né un rogito di compravendita, perché fa quasi vergogna, sembra ‘na roba da pezzenti.
Il tubicino trasparente, il serbatoio, la punta e il suo cappuccio – con siffatto apparato, elementare ma anche un po’ esoterico, da dove viene la cara vecchia penna Bic? Dal mondo delle idee – verrebbe da rispondere -, quello di Platone. Se mai il filosofo si dispose a pensare al concetto di penna (biro), nella sua immaginazione dovette figurarsi un ‘ente’ che non si sarebbe materializzato se non qualche millennio più tardi, qualcosa che giustappunto assomigliava ad una Bic. Un’intuizione premonitrice, dunque. Ma la Bic, in realtà, ‘era’ già.
Si ipotizza che quando, dopo aver acquistato da Laszlo Biro il brevetto di un inchiostro ineditamente viscoso, il barone Marcel Bich concepì (e iniziò a produrre) la Bic Cristal (per tutti, semplicemente, “la Bic”) – di cui sarebbero stati venduti nel mondo miliardi di camionate di esemplari – egli non l’avrebbe ‘inventata’, bensì ‘scoperta’. Non un genio creativo, dunque, quanto un grande ed occhiuto esploratore del cosmo ideale.
La Bic non è solo una (o la) idea di penna. E’ anche e proprio ‘la’ penna, la sua immanenza, il suo esserci hic et nunc – ma anche ieri, eppoi anche domani. In un oceano di precarietà ad ogni livello (psicologico, esistenziale, culturale, professionale) essa è e sta a tempo indeterminato, perché risale al tempo che fu e ci sarà nel tempo che sarà. Quando finisce una, del resto, ce n’è subito un’altra pronta a rimpiazzarla e l’avvicendamento è infinito. La Bic usa-e-getta è il segno che l’eterno non è necessariamente una nozione di durata ma una dimensione interiore, in cui si insediano – e restano ad libitum – le cose che hanno un valore.
La Bic esiste non solo per quelli che scrivono ma soprattutto per coloro che amano abbandonarsi alla scrittura, volare sulla carta sfiorandola con levità e liberare un’ispirazione sconosciuta, una forza che sprigiona da una necessità interiore (come direbbe Kandinsky), in latino diremmo vis cui resisti non potest.
La Bic permette alla mano di allinearsi al cuore, all’idea, allo stato d’animo del momento. In inglese si utilizza il termine “fit” per indicare questa ottima aderenza. E’ sempre lì, sul tavolo, pronta e discreta, rigida e maneggevole, ieratica e dinamica, tradizionale e futurista, funzionale ma a suo modo elegante.
La Bic è la tesi e l’antitesi della penna: tutti ce l’hanno ma non ce n’è uno che la ‘esibisca’; non si usa per firmare un proclama né un trattato né un rogito di compravendita, perché fa quasi vergogna, sembra ‘na roba da pezzenti. Eppure dinanzi ad un esercito conformista di uomini armati di costose stilografiche e prestigiose penna a sfera, la Bic offre l’opportunità di misurare la personalità, intesa come attitudine alla espressione/imposizione di sé e, conseguentemente, quale capacità di sostenere la responsabilità di un comportamento originale, se non stravagante. E così, come nell’affrontare un provetto spadaccino a mani nude, impugnando la tua Bic – cioè esibendo una essenziale povertà – finisci per dover sprigionare il meglio di te e puoi rischiare di sovrastare, di schiacciare l’altro o gli altri con la tua differenza, con tutta la ricchezza del tuo essere.
Datti un po’ di arie, con la tua Bic! Può apparire sofisticata, persino snobbish, e marcare la distanza dalle mode, perché a differenza di quelle non tramonta mai. Così un oggetto di uso comune – persino dimesso – diventa elitario, si carica di significato e di simboli, si proporrebbe all’universo di Warhol – se questi ancora vivesse – o al dizionario dello Zen. Nell’era dei notebook, degli smartphone, dei tablet, impugnare una Bic e scrivere sulle pagine di un quaderno può assurgere a elemento di distinzione intellettuale e sociale.
Eppure quando ho detto tutto questo non ho ancora affermato ciò che conta effettivamente. Perché la verità è che la Bic concilia con l’atto di scrivere più di ogni altra penna sulla faccia della Terra e aiuta per ciò a sostenere con fiducia quello che Baharier chiama il “rischio” insito nella scrittura. Con un senso di vicinanza domestica, di amicizia con il mondo, la Bic ti incoraggia e ti asseconda nell’atto di esporre e dare forma al tuo pensiero. E’ tua perenne compagna, se vuoi, il coadiuvante di ogni trattamento di scrittura. Alla fine, dopo l’utilizzo di penne splendide e da far splendere nell’autocompiacimento siccome nello showing off, riprendere in mano la Bic è un po’ come tornare a casa dopo un’avventura esotica. Essa consente varie, forse infinite modalità di impugnatura e tante, altrettante consistenze e sembianze alla grafia. Non c’è pagina che non si lasci sverginare, non c’è testo che non si lasci vergare da una Bic. La sua anima lunga serba un fluido che permette di portare sulla carta, assai facilmente, le buone e le cattive idee, la grande come la vile ispirazione.
La Bic ha soprattutto la leggerezza giusta per consentire un esteso tragitto, un’ampia sessione, un persistente impegno di scrittura. Come la donna della vita, anche la penna ha da essere più saggia che intraprendente, più comoda che bella.
La Bic sta alla scrittura come il cane sta all’amicizia. La Bic e il cane muoiono entrambi, ma prima di questo quanta gioia, quanta fedeltà!
Da alcuni anni la Cristal ha ‘partorito’ la Cristal Pocket. Anch’essa è diventata mia inseparabile compagna e di questa incredibile famiglia – un po’ parafrasando il poeta (Cardarelli) – vado componendo la mia scrittura (intesa come attività dello scrivere) ch’è tutta un profondissimo piacere.

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