Ogni psichiatra impara a distinguere i sottili contorni del propositum mentale dei propri pazienti, facendo venire a galla, nella loro follia, una razionalità celata che è al tempo stesso ragione ed origine dell’instabilità, una logica alla base del loro modus agendi. Il giocatore di scacchi sa meglio di ogni altro che, per aggiudicarsi la partita, dovrà scavalcare l’avversario indovinandone le mosse, cosicché la parità iniziale si traduca in un punto a suo vantaggio ed egli possa portare a termine quanto aveva previsto. Allo stesso modo, quell’eterogenea realtà che chiamiamo Occidente che, come nel film di Bergman (dove l’avversario da battere era la Morte), si trova a dover disputare una partita a scacchi dura e violenta con il terrorismo islamico (la Morte, appunto), deve avere la freddezza di capirne le finalità, le ragioni che dall’angolazione distorta dei fondamentalisti dovrebbero portare ad atti di siffatta crudeltà, delle dimensioni della strage di Londra. In altre parole: a cosa mirano Bin Laden ed Al Zarqawi quando mettono in moto la macchina del terrore qaedista? Di certo non alla Panarabia od all’Eurabia, ben consapevoli dell’irrealizzabilità di un simile progetto; a loro, diversamente, preme compiere un’opera destabilizzatrice che faccia leva sulla debolezza dell’Occidente, che vedono profondamente diviso intorno alla necessità della lotta al terrorismo, con i “guerrafondai” che subiscono il costante ricatto del “pacifismo” antiglobalista che, per giunta, fa passare la sua causa per una battaglia “umanitaria”. Essi, dunque, hanno scelto di attaccarlo attraverso la famosa offensiva “a forchetta” degli scacchi: l’attentato dovrebbe, nei loro progetti, intimorire i “guerrafondai” portandoli a convergere, per opposti motivi, nelle posizioni dei “pacifisti”, che da tempo vanno chiedendo il ritiro delle truppe dall’Iraq. A questo punto l’Occidente, giocatore esperto, dovrà mettersi nelle condizioni di prevedere le mosse dell’avversario fondamentalista, uscendo dall’ambiguità: dovrà dare un’immagine unita e non più divisa, fermamente ed orgogliosamente contro il terrorismo, perché l’antiamericanismo finirebbe per far sentire i terroristi meno soli (“Il nemico del mio nemico è mio amico”, diceva Mao Tse Tung). Alla luce di ciò, il presidente del Consiglio, nel ribadire il ritiro di trecento soldati italiani dall’Iraq, ha forse commesso un passo falso, dimenticando cosa disse il ciclope Polifemo al divino Ulisse quando questi accettò di rivelargli il suo nome – pure fittizio – confidando in un suo ‘dono ospitale’: “Polifemo ti mangerà per ultimo/questo sarà il suo dono ospitale”.
Giulio Larioni

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