Matteo Renzi, nonostante la sua travolgente rincorsa alle posizioni di vetta della classifica e nonostante il suo strabiliante stato di forma, non giocherebbe più per lo scudetto.

Ci provo ancora, con un esempio calcistico, visto che in politica spesso è proprio il riferimento al gioco del pallone a rendere efficaci e comprensibili i concetti.
Mettiamo, allora, che un giorno la squadra del cuore di Matteo Renzi, la Fiorentina, si rechi a Roma per disputare la finale di Coppa Italia, con buone probabilità di vincerla, dato il grande momento di forma attraversato. Giunta allo stadio Olimpico, la squadra viola scopre che, malauguratamente, la partita in programma è un’altra, nientedimeno che il derby tra Roma e Lazio.
A quel punto la Fiorentina, nonostante i campioni di cui dispone non se la fila più nessuno. E, al massimo, il ruolo riservato ai suoi giocatori è quello di spettatori, magari in tribuna d’onore.
Ecco, il PD corre lo stesso rischio. All’appuntamento elettorale potrebbe scoprire che è in programma un derby capace di catalizzare, a suo danno, tutta l’attenzione degli elettori: il derby tra Berlusconi e Magistratura, che già grande successo di pubblico ha raccolto negli ultimi venti anni tutte le volte che si è disputato.
Matteo Renzi, nonostante la sua travolgente rincorsa alle posizioni di vetta della classifica e nonostante il suo strabiliante stato di forma, non giocherebbe più per lo scudetto. La sua grandissima e abilissima volata si arresterebbe a pochi metri dal traguardo.
Che cosa spinga il PD ad una tattica ancora una volta suicida è difficilmente giustificabile.
Il partito si è deteriorato. La macchina da guerra non è più gioiosa come ai tempi infausti di Achille Occhetto. E’ un partito incattivito al suo interno. Si lanciano anatemi e, addirittura le correnti ed i gruppi organizzati si delegittimano a vicenda. Matteo Renzi, prima di essere acclamato salvatore della Patria era non soltanto osteggiato ma anche ritenuto estraneo alla cultura di quel partito (quale?).
Voglia o no il PD, i referendum, soprattutto quelli sulla giustizia, avranno un grandissimo peso sulla politica italiana. Ed è patetica l’illusione di poterli “squalificare” perché li ha firmati Berlusconi.
Piaccia o non piaccia, visto che Berlusconi è ancora il capo del secondo partito della coalizione di governo e del primo nei sondaggi, è proprio la sua firma a rendere irreversibile la centralità dell’iniziativa referendaria. Senza contare che i temi sollevati, la giustizia per ovvi motivi, ma anche l’immigrazione, il finanziamento pubblico ai partiti, il divorzio breve, le droghe, toccano da vicino la gente. Ed è imperdonabile che un partito come il PD non si accorga di quanto siano diffusi sentimenti e preoccupazioni che sono il lievito di questa dozzina di referendum.
Recentissimamente, Matteo Renzi ha detto, con una delle efficacissime battute delle sue, che gli attuali dirigenti del PD perderebbero anche le elezioni condominiali.
Poiché non sono sospettabile di inimicizia nei suoi confronti, vorrei caldamente esortarlo a non tenere, verso i referendum, lo stesso atteggiamento di quei dirigenti. Per non trovarsi ad assistere da bordo campo al derby Berlusconi-Magistratura, senza averlo saputo impedire.

Le proposte referendarie mettono a nudo tutte le contraddizioni del PD, più della disputa sulla sua leadership strettamente connessa alla definizione della sua identità e della sua posizione politica non solo sul piano nazionale, come era già emerso in occasione delle primarie che precedettero le elezioni di febbraio. Quindi, difficilmente ci sono margini perchè possa dare un’indicazione unitaria (e quando mai!). Renzi può darsi che faccia, auspicabilmente, come in occasione del referendum contro il Porcellum, quando, come ben ricordo, in piena estate speravo, con il consigliere comunale Tommaso Grassi, di ottenere notizia sui quotidiani dell’incontro faticosamente organizzato a Palazzo Vecchio per informare e raccogliere firme, ma tutti gli spazi furono coperti dalla notizia dell’adesione in extremis di Renzi. E potrebbe essere un bel colpo di teatro, non molto dissimile dal suo stile.
Ammesso caro Nicola che la battute siano sinonimo di intenzioni, e non bicchierate per darla a bere a destra e a manca, dove la verniciata del pragmatismo nasconde molto male la vanitas vanitatum.
Caro Gianfranco: concordo pienamente, ma dubito che il disinteresse per i referendum possa essere la scelta giusta. Meglio sarebbe una posizione onesta sui problemi che hanno provocato i referendum. Meglio per Renzi, per il PD e per tutti.
Caro Paolo: esprimersi su giustizia, divorzio breve, droghe, immigrazione e portare la gente a discuterne assieme sarebbe un contributo al cambiamento che auspichi.
Caro Marzio: infatti, la politica come la intendo io (e credo anche tu) comporta anche lo scontro leale. Cioè prospettare con forza le proprie intenzioni e…”chi mi vuol bene mi segua”.
Vedi Nicola, hai ragione, ma dimentichi il pubblico che assiste alle partite, lo stesso che ha portato Berlusconi là dove è, lo stesso che è pronto a fare lo stesso con Renzi, e poi?!? Siciro che invece di pensare al risultato della partita non ci si debba preoccupare di chi va a vederla? Chi è il pubblico in Italia e perché non cambia?!?
Dici bene Nicola a proposito di Renzi: ” una delle efficacissime battute delle sue”. Ma dietro le battute io vedo solo altre battute, e altre battute ancora, tipiche dell’omino sbrigativo che la sa lunga su tutto. Ma la politica è altro.
E’ la giusta riflessione su un PD frantumato al suo interno, ma tutti abbarbicati alla magistratura politicizzata che dopo che si è liberato di Berlusconi, si libererà
anche del PD. I magistrati onorevoli e senatori sono già, seppure pochi ancora, i veri dirigenti della sinistra in Parlamento. .Matteo Renzi non sta dimostrando con i fatti di voler riformare il PD prima che riesca ad assumere posti di potere