Le regole sono diventate il feticcio della democrazia malata che si illude di curare se stessa mediante ulteriori codifiche dell’esistente, invece di agire sulla causa della malattia.

Le regole sono diventate il feticcio della democrazia malata che si illude di curare se stessa mediante ulteriori codifiche dell’esistente, invece di agire sulla causa della malattia, possibilmente debellandola. In sintesi: il sintomo prevale sulla patologia e finisce per renderla cronica.
Non dobbiamo dunque stupirci se, dopo l’esplosione degli scandali Lusi e Belsito, e di tutto l’inenarrabile giro di clientele, favori, ruberie e corruttele che ruota attorno alle favolose cifre a disposizione delle tesorerie dei partiti, i tre ineffabili segretari della attuale maggioranza di governo siano corsi ai ripari pensando bene di frenare l’ira montante dell’opinione pubblica con la stucchevole canzoncina delle regole.
Ecco, ci vogliono regole, hanno sentenziato i tre sepolcri imbiancati – regole che garantiscano la trasparenza dell’utilizzo dei finanziamenti, che permettano la tracciabilità di entrate ed uscite, che consentano ai cittadini di controllare come viene impiegato il denaro che sono costretti a versare pur avendo a suo tempo detto che non volevano più farlo. Ma nessuno parla di azzerare questo sistema, nessuno propone la riduzione neanche di un euro ai contributi attuali, nessuno azzarda uno straccio di alternativa credibile e sostenibile agli occhi di un paese stremato dalla crisi economica e spremuto oltre ogni umana possibilità di sopravvivenza.
Dunque, la malapolitica ha fatto nuovamente fronte compatto per difendere se stessa ed il proprio iniquo strapotere nei confronti dei cittadini. E dovremmo persino chiederci, a questo punto, se ancora possiamo dirci cittadini, o dovremmo invece, più onestamente, tornare a definirci servi della gleba, visto il peso pari a zero che viene attribuito alle nostre libere scelte, a cominciare da quelle sancite dagli esiti del referendum col quale, a larghissima maggioranza, votammo l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
E non perdiamo neanche tempo a rispondere alla pietosa favoletta che recita che la democrazia si difende solo con il contributo pubblico, perché sarebbe fin troppo facile osservare che l’enorme quantità di denaro che abbiamo regalato alla politica non ha affatto impedito ad un miliardario di governarci a più riprese, ed invece non ha misteriosamente – ma evidentemente – permesso ai migliori di affacciarsi almeno sulla soglia delle stanze del potere, dal che si evince che non è gratificando i partiti di ricchezze spropositate che si possano limitare le ambizioni dei miliardari o esaltare le qualità dei nullatenenti.
Quello che invece ci preme di sottolineare, è che dall’ennesima giravolta fatta attorno al falso problema delle regole è uscita una ulteriore prova di forza dell’arroganza del potere spinta all’estrema consapevolezza di sè, che deriva coerentemente – purtroppo – da quanto sin qui le forze politiche sono state in grado di fare liberamente senza che nessuno ponesse loro un freno.
Hanno cacciato fuori i cittadini da ogni ambito di loro competenza, hanno chiuso ogni spazio di partecipazione democratica, hanno spezzato il patto di rappresentanza e di reciproca legittimazione che sta alla base stessa della democrazia, affermando di poter fare a meno di noi, di poter decidere tutto da soli, di potersi investire di un potere assoluto che ha più a che fare con un regime oligarchico – e siamo buoni a non scrivere regime tout court – che non con l’assetto di una nazione che un tempo si è definita repubblica. Ed ora difendono allo stremo la loro rendita di potere forti del baluardo della democrazia parlamentare che non può essere limitata da nessuno, figuriamoci da un governicchio tecnico messo lì a fare da paravento al loro fallimento epocale e tenuto in vita solo perché fa loro comodo.
Non abbiamo mai pensato ad una politica che prescindesse dai partiti, ma non è possibile nè moralmente accettabile permettere ancora che questi partiti, capaci solo di rispondere ribadendo i loro privilegi acquisiti persino contro la volontà popolare – che pure dovrebbe essere la massima espressione democratica – pretendano di perpetuarsi in eterno e di continuare ad opprimerci con il peso di un potere che ha già da molto tempo superato il limite della sostenibilità e si è fatto sopruso.
Hanno ragione i tre ameni segretari, c’è bisogno di regole – ma queste regole, adesso, dobbiamo riscriverle noi, da capo, dopo aver cacciato fuori tutti i marpioni di lungo e lunghissimo corso che ci hanno portati fuori dal perimetro della democrazia, che non può e non deve esistere senza di noi. Cittadini, non servi della gleba.

Il momento é grave, gravissimo anzi! Nel momento in cui si chiedono lacrime e sangue agli italiani, i politici vengono presi con le mani nella marmellata, diamanti, lingotti, appartamenti, case, macchine, viaggi aerei. La corruzione investe tutti e tutto, resta come suggerivi, il non voto, oppure il voto a Grillo, almeno fin quando anche su di lui si non si scopriranno cose agghiaccianti.
La democrazia stessa é in pericolo grave, ci vorrebbe davvero una rivoluzione, anche pacifica, ma tale da snidare tutti questi politici dalle proprie posizioni di privilegio. Non credo che si riuscirà, certe volte bisogna ammettere di aver perduto, anche da queste pagine.
“Cittadini, non servi della gleba.” Appunto ,ma per ciò dobbiamo riscriverle noi le regole ,per contrastare l’ esistenza e permanenza di sistemi utili a capi manipolo ,delfini e trote che nuotano loro intorno.Con la speranza che dalle riunioni ed attività di Spirito Libero si delinei quella cultura politica democratica adesso latente.E poi , a parte tutti gli slanci poetici relativi all’ argomento democrazia , da che mondo è mondo ,è chi paga che comanda…e dal momento che ,a pagare ,siamo sempre noi ,non ci devono essere dubbi.Basta con il governo di chi incassa( politici di Casta ,tecnici o banchieri che siano ), e rispettiamo il merito espresso più di quello preteso…