Al secondo turno Mèlènchon può fare la differenza.

Troppo culto per lo Stato e per la sua declinazione nazionale – dalla laicità un po’ ruvida, al mito dell’integrazione e dei valori della Repubblica, al ruolo centrale dell’impresa pubblica – e, per contro, troppa ostilità al mercato, alla globalizzazione e all’Europa come simbolo dell’una e dell’altra.
Ma tant’è, perché proprio da questo dato di fatto dobbiamo partire per fare il punto sulla situazione a quindici giorni dal primo turno delle presidenziali, che si tratti degli orientamenti generali dell’elettorato e delle strategie poste in atto dai vari candidati.
Alla base di tutto, una forte disaffezione della cittadinanza: a campagna già avviata poco più del 60% dichiara la sua attenzione di andare a votare. Mentre, nella media delle presidenziali precedenti, l’affluenza aveva superato l’80%.
Di qui il primo problema, coinvolgere gli astensionisti.
Ora, il fenomeno interessa, in particolare, i ceti operai tradizionali e, con loro, i gruppi più deboli della società francese, quelli, per intenderci, che votarono “no”al referendum sulla costituzione europea.
Per ragioni diverse, né Hollande né Sarkozy erano e sono in grado di pescare in quest’area, e allora la sfida riguardava la destra populista, identitaria e xenofoba incarnata da Marine Le Pen e, sull’altro fronte, la sinistra radicale. Una sfida vinta, in tutte le elezioni precedenti, dalla destra, è dagli anni novanta che il Fronte nazionale è in testa nel voto operaio.
Ma, almeno in base ai sondaggi, oggi non è più così. Perché, a raggiungere i maggiori consensi in quest’area, sarebbe il Fronte di sinistra, con il suo candidato Jean Luc Mèlènchon, uscito qualche tempo fa dal Psf.
Un dato che di per sé, sposta a vantaggio di Hollande la partita del secondo turno. E per due ragioni: primo perché (sempre in base ai sondaggi), oggi la sinistra dispone di un bacino di voti superiore di quasi dieci punti a quello di dieci anni fa, secondo perché Mèlènchon dà sostanzialmente per scontata, a certe condizioni, la sua disponibilità ad appoggiare lo stesso Hollande al ballottaggio.
E’ interessante notare, a questo riguardo, che tutta la campagna del candidato della sinistra radicale abbia un sapore autentico, facendo riferimento al vecchio socialismo di sinistra degli anni sessanta e settanta, con esplicito richiamo alla figura di Mitterrand. O, più esattamente, del primo Mitterrand, quello del programma comune e del “cambiare la vita”.
A partire dal ruolo primario dello Stato e della sua funzione redistributiva, sino alla rivendicazione di tutte le eredità storiche della repubblica e della stessa Rivoluzione francese (tra cui il famoso “nessun nemico a sinistra”). Così, partendo da una base iniziale del 2% (percentuale raggiunta dal Pcf nel 2007) Mèlènchon ( candidato anche del Pcf) si situa oggi tra il 15 e il 20% dei consensi.
Con il 25/30% di Hollande (e con il concorso dei Verdi) siamo, come si vede, molto più vicini al 50% che al 40%. Un dato di fatto che ha condizionato tutto il confronto elettorale tra i due candidati maggiori.
A Hollande basta resistere, ricordare che, oggi, rimane l’unica alternativa a Sarkozy, e gestire tutta la campagna elettorale così da mantenere i contatti con le forze alla sua sinistra (con cui non apre particolari polemiche) ma senza spostarsi su posizioni radicali che gli farebbero perdere i consensi del centro (Bayrou stenta, oggi, a superare il 10%, ma è un 10% che conterà al ballottaggio).
Sarkozy deve invece andare all’attacco, e lui sì, radicalizzare le sue posizioni, in un approccio fortemente spostato a destra rispetto a quello di cinque anni fa, e in un’ottica che unisce toni berlusconiani (esaltazione dell’“uomo solo al comando”, ostilità verso le istituzioni e i corpi intermedi) e approcci populisti e identitari (indifferenza alle tematiche europee ed europeiste, demonizzazione dell’islam e, per la proprietà transitiva, della stessa immigrazione).
“Effetto collaterale”di questo approccio è l’assenza, nel confronto elettorale, di qualsiasi riferimento alle difficoltà dell’economia francese (un volume del debito che sta avvicinandosi al 100% del Pil, una crisi di produttività e di competitività). Logico che Hollande si mantenga sul vago sulla questione, meno comprensibile che Sarkozy non sappia cosa dire.
Ma la cosa paradossale è che, sul piano delle proiezioni internazionali, Hollande sia più convincente del suo avversario.
Così il primo può “chiamare a concorso”i leader socialisti europei- e soprattutto quelli tedeschi- su di una linea comune: rinegoziare gli accordi , dicendo sì al “fiscal compact”ma integrandolo con misure di sostegno alla crescita, di sostegno internazionale agli stati in difficoltà, di controllo delle transazioni finanziarie.
Mentre l’attuale inquilino dell’Eliseo – nei fatti fedele seguace della linea Merkel – ha pregato la medesima di non farsi vedere, e sostanzialmente perché non è grado di difendere questa linea di fronte all’elettorato francese…

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