
Una premessa necessaria.
La povertà è vecchia quanto il mondo.
Come la ricchezza.
L’una e l’altra, in una società “naturale”, per dirla con Rousseau, deriverebbero dai talenti di ciascuno e dalla capacità /volontà di utilizzarli. Lo stesso Vangelo ne definisce contorni, opportunità e responsabilità, nella parabola di nostro Signore ( Matteo 25, 14-30).
Il problema sta nel fatto che non viviamo in una società “naturale” ahimè. La ricchezza come la povertà è stata sovente demonizzata, immaginate entrambe come frutto di malefatte, di intrighi sfociati nel bene o nel male, di fortuna o sfortuna.
La prima ha finito per diventare, in una società orientata all’avere ed all’apparire, un obiettivo o un miraggio, comunque un oggetto del desiderio con tutto quanto questo comporta in termini di emulazione, di rifiuto, di condanna o di esaltazione.
La seconda come il riflesso di fallimenti, infingardaggine, magari di sfortuna, comunque qualcosa da rimovere e confinare nei paraggi delle stazioni ferroviarie o sotto qualche porticato alla mercé di autorità tolleranti o intolleranti.
Ricchezza e povertà nello sviluppo capitalistico.
Con lo sviluppo capitalistico la ricchezza ha assunto per un verso il ruolo di motore del progresso e per l’altro i connotati della rendita.
Quest’ultima, autoalimentandosi in una progressiva spirale speculativa-finanziaria, ha assunto dapprima un ruolo di riferimento positivo e quindi di barriera ottundente nei confronti del progresso fino a diventare arbitra di ogni equilibrio, orientando sviluppo e crescita secondo i suoi interessi e proponendosi addirittura come sponda anche di ogni scenario internazionale.
In tale contesto la povertà è diventata una fastidiosa presenza affidata a quel che rimane della compassione religiosa o umana, considerata la rimozione del pubblico.
Sia i ricchi che i poveri erano una minoranza, privilegiata la prima, diseredata la seconda.
Il corpo sociale era costituito dalla stragrande maggioranza che lavorava e partecipava, a seconda dei propri talenti e delle opportunità, al progresso collettivo più o meno conflittuale comunque sempre propositivo oltre che positivo.
L’esaurimento della spinta propulsiva del capitalismo di mercato, quello che un tempo si insegnava nelle università, ha posto termine all’equilibrato dispiegarsi delle condizioni connesse all’utilizzo dei talenti individuali ed alle opportunità collettive.
Povertà e ricchezza nella deriva finanziaria speculativa
Il capitalismo ha imboccato la deriva finanziaria speculativa senza ritorno, concentrando la ricchezza e scremando il numero dei ricchi sino alla cuspide attuale.
La povertà è divenuta compagna di vita della gente comune.
Non frutto di sfortuna o di infingardaggine ma conseguenza di un processo che ha divaricato definitivamente l’articolazione della società e addirittura dell’umanità tutta intera tra chi non ha nulla e chi possiede tutto.
La società plurale scalabile con il talento é scivolata a sua volta verso l’appiattimento generale.
I talenti non servivano più o comunque dovevano essere piegati ai dettami dell’ipercapitalismo finanziario speculativo e messi a frutto secondo regole e dislocazione geografica stabilite da quello.
Il lavoro e l’occupazione sono diventati ballerini, i salari e gli stipendi si sono prosciugati sino a non garantire più nemmeno la copertura delle spese imposte dall’ipercapitalismo per sopravvivere.
La società si è appiattita e la povertà ha preso ad aggredire chi lavorava divenendo un fenomeno di massa che non può più essere delegato alla compassione religiosa o umanitaria. Di esso deve farsene carico lo Stato il quale tuttavia é ostaggio dell’ipercapitalismo finanziario che ne drena le risorse con l’indebitamento e ne orienta l’azione in funzione dei suoi interessi sullo scacchiere mondiale.
Povertà e ricchezza nell’epoca iper capitalista. Dallo Stato sociale allo Stato assistenziale
Lo Stato Sociale, conquista della democrazia all’epoca del capitalismo di mercato e frutto di confronti e contrapposizioni decennali tra i protagonisti del mondo economico, sociale e politico, scricchiola. Avanza la necessità di costruire uno stato assistenziale funzionale alle derive speculative dell’ipercapitalismo.
Come é potuto succedere tutto questo ed in tempi così rapidi non é un mistero ma la conseguenza di un processo avviatosi già all’indomani dell’ultima guerra mondiale. Capitalismo ed imperialismo si sono intrecciati in una spirale speculativa, finanziaria e di potere che ha coinvolto il mondo intero includendo anche i nemici storici del capitalismo (che si era fregiato sin lì del mantello della civiltà illuministica e democratica) vale a dire i regimi collettivisti eredi del comunismo e le dittature, anch’esse conquistate alle logiche dell’ipercapitalismo e diventate partner di esso.
Il governo unico del mondo e la deriva ipercapitalista
Il club Bilderbeg tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso elaborò percorsi ed ideologie dell’iper capitalismo culminati nell’idea del governo unico del mondo, nella privatizzazione delle funzioni pubbliche degli Stati e nel controllo degli stessi per il tramite del debito pubblico (esploso, per inciso, con la separazione/divorzio tra Banca Centrale e Stato sostenuta con la motivazione di controllare la deriva inflazionistica, in realtà per costringere gli Stati ad approvvigionarsi finanziariamente sul mercato controllato dall’ipercapitalismo stesso).
Il governo unico del mondo venne affidato alla cuspide degli ipercapitalisti senza patria né principi che lo esercitavano per il tramite dei governi nazionali condotti sulla scivolosa via dell’indebitamento.
La piramide umana era definitivamente appiattita su una base planetaria ed una cuspide inscalfibile per quanto numericamente insignificante.
La povertà era diventata la sponda necessaria ed obbligata dell’intera umanità.
Essa nel frattempo é anche diventata, paradossalmente, riferimento dell’azione e del potere politico oltre che terreno di diffusione della comunicazione-propaganda dell’ipercapitalismo.
Libero e servo arbitrio verso istinto di sopraffazione.
Insieme ai talenti gli umani dispongono di un privilegio negato al resto dell’universo: il libero arbitrio.
In virtù di esso ciascuno decide della propria vita e dei talenti posseduti ne fa quel che vuole decidendo di muoversi tra libero o servo arbitrio per parafrasare Martin Lutero ed Erasmo fa Rotterdam.
Ma non basta.
Il libero arbitrio si combina con una legge condivisa con il resto degli esseri viventi dell’universo: l’istinto alla sopraffazione o se volete la legge del più forte.
Ma mentre nel regno animale l’istinto alla sopraffazione si accompagna ed anzi é il necessario corollario dell’innocente istinto alla sopravvivenza, tra gli uomini la legge del più forte, combinandosi con il libero arbitro e la naturale predisposizione ad essere e fare mettendo o meno a frutto i talenti posseduti, complica le cose e mischia terribilmente le carte in presenza del vissuto individuale e sociale che tutti ci avvolge e condiziona.
Vengon fuori, a livello individuale, filantropi e accumulatori seriali di ricchezze, artisti e fannulloni, apostoli e dittatori mentre a livello sociale si costruiscono realtà solidali ed aperte o all’opposto realtà chiuse e prevaricatrici. Nella vita di tutti i giorni e in tutti i territori scanditi da meridiani e paralleli ma soprattutto da vicende storiche molteplici, antiche, moderne e contemporanee, tutto si intreccia e, addirittura, si fonde: bene e male, arte e perversione, libero arbitrio e servo arbitrio, solidarietà e prevaricazione, filantropia e avidità, violenza e compassione, misericordia e ancora odio e amore, guerra e pace.
Ne consegue uno stato in cui conflittualità sociale e omologazione, sviluppo della conoscenza e dominio dell’ignoranza, cultura ed aberrazione, consapevolezza del proprio destino e dell’altrui, concentrazione della ricchezza e diffusione della povertà si tengono in maniera talora inestricabile.
La spirale della storia ed i conflitti sociali.
Spetta alla spirale delle epoche storiche ed agli esiti dei conflitti sociali in essa maturati, fornire le chiavi di lettura del presente e di divinazione del futuro.
Non solo, lo stesso compito spetta anche alle rivolte e rivoluzioni più o meno giunte a maturazione o abortite, ai paradigmi tecnologici, sociali ed economici posti in essere, alla definizione dei livelli di equilibrio tra crescita, sviluppo e progresso, tra partecipazione e prevaricazione, tra libertà e schiavitù, tra democrazie e dittatura con tutte le declinazioni possibili, tra ricchezza e povertà che in qualche modo tutto il resto riassumono.
Laddove ricchezza e povertà sono equamente distribuite e per così dire vanno a braccetto in maniera tale da trovare reciproca compensazione e stimolo a migliorare il contesto in cui abitano al riparo da ogni prevaricazione, si può parlare di società ordinata, laddove esse si ritrovano agli antipodi generando conflitti o percorsi di sopraffazione della prima verso la seconda ci si trova in un contesto squilibrato in cui potere e ricchezza si fondono per razziare risorse ed energie a scapito della società destinata a precipitate nell’indigenza.
All’interno di una cornice di tal fatta, in una prima fase il potere giocherà a mettere i poveri contro i meno poveri e questi contro i benestanti mentre questi ultimi guarderanno con sospetto ai cosiddetti ricchi, colpevoli, magari, di attestarsi ad uno scaglione di reddito appena superiore.
Il dito e la luna
Ovviamente il potere indicherà a tutti il dito e nasconderà la luna su cui sono concentrati i pochi detentori delle risorse che definiscono la ricchezza e detengono il potere che da essa discende.
In una seconda fase vi sarà il generale appiattimento dei popoli verso la base della piramide sociale e la concentrazione di ricchezza e potere verso la cuspide di essa.
In una terza fase, caratterizzata da omologazione collettiva ed autocensura individuale vi sarà un patto tra base e cuspide in cui potere e ricchezza lasceranno cadere per sgocciolamento o tracimazione assistenza e privilegi, bonus e mance in cambio del consenso.
In alternativa potrebbe scattare la scintilla della rivoluzione. Ma si tratta di un’ipotesi meramente teorica in quanto il potere ormai, padrone indiscusso della ricchezza, ha condotto individui e società ad introiettare l’autocensura che indica a ciascuno cosa si può e non si può fare, dire, pensare a salvaguardia di sé stessi e del resto della società ormai omologata e chiusa in un caravanserraglio globale grande quanto il pianeta, per decenni proposto o contrabbandato per il villaggio globale ossia per una metafora della condivisione planetaria del benessere che avrebbe dovuto abbattere muri, eliminare povertà, conciliare l’umanità.
Dallo Stato Sociale a quello assistenziale.
É il momento storico attuale.
In esso è prevalso l’equilibrio dei primordi dell’umanità. Quello che faceva combattere gli uomini con mascelle di mammuth per conquistare una pozza d’acqua con un armamentario tecnologico ovviamente allora sconosciuto.
Si tratta di un equilibrio reso ancor più terrificante dalla miscela di tutto quanto rappresenta il corredo individuale e collettivo dell’umanità accumulato lungo la sua storia.
La sintesi è data dalla concentrazione della ricchezza e del potere in un gruppo assai ristretto di uomini e dalla dilatazione della povertà sino a raggiungere i miliardi di individui che abitano il pianeta.
In questa situazione la povertà si combina con una moderna forma di schiavitù che trova nell’autocensura, nella propaganda, nella mistificazione della realtà, nella riscrittura della storia e nel ribaltamento della percezione del vero e del falso, del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo, del brutto e del bello, della democrazia e della dittatura, la risposta scientificamente concepita e attuata proprio dai detentori della ricchezza e del potere.
Kant resterebbe allibito. Di sicuro non ripudierebbe la sua idea della certezza del cielo stellato sopra la testa di ciascuno e della legge morale nell’anima di ognuno, ma la deriva lungo la quale sta scivolando l’umanità lo farebbe con ogni probabilità rabbrividire.
Il risultato è un mondo autoritario in cui la povertà è un dato strutturale al pari della ricchezza mentre la redistribuzione è decisa, affidata e realizzata, dai detentori della prima per il tramite del potere, sempre più sua emanazione diretta, che la attua elargendo elemosine sotto forma di bonus, prebende, e privilegi, lotterie ed intrattenimento a buon mercato in cambio di un consenso comunque non necessario ma benvenuto per una patina di rispettabilità.
É tramontato lo stato sociale ed è nato lo stato assistenziale.
Potremmo affermare con una immagine evocativa che siamo approdati al Medio Evo della globalizzazione.
A questo punto la questione è come se ne esce?
Ed, ancor più inquietante, se ne può uscire?
Antonio Corvino
(1 continua)

Lascia un commento