
Le elezioni di metà mandato del 26 ottobre 2025 hanno dato a Javier Milei una vittoria netta: la sua coalizione consolida seggi e rafforza l’agenda di deregolazione e tagli; una politica anarco liberista evidentemente preferita al ritorno del peronismo.
Il risultato è letto come via libera politico per proseguire il “piano motosega”; Washington osserva da vicino.
Il sostegno pubblico ed economico di Trump al presidente argentino che deve avere avuto un peso sulle elezioni.
Più a nord, la Colombia ha offerto il contrappunto: la sinistra si è presentata ordinata alle primarie e ha scelto Iván Cepeda come volto della continuità del progetto Petro. È una candidatura che nasce dal basso – diritti umani, “pace totale”, lotta all’impunità – ma che per essere competitiva nel 2026 dovrà costruire ponti con il centro. La partecipazione, superiore alle attese, segnala un campo progressista mobilitato, compattato anche dalle tensioni con le politiche imperialiste di Washington.
La realtà è che la situazione in America Latina è mista.
In Messico, in Brasile e in Cile governa la sinistra.
La destra si consolida dove sicurezza e costo della vita dominano la percezione quotidiana (Argentina, Ecuador, buona parte dell’area andina e centroamericana).
In genere la sinistra regge meglio dove abbina welfare credibile e stabilità istituzionale (Messico, Uruguay) o dove riesce a mobilitare la
partecipazione e reti sociali (Colombia).
Ciò che colpisce, in questa fase, sono i legami internazionali che la destra riesce a tenere e consolidare tra le sue forze politiche al punto che si può parlare di una internazionale nera, sovranista e liberista, a guida di Trump.
Dunque, a ragione veduta, ieri Meloni incontra Orban, con cui ribadisce le affinità elettive, ed esulta sui social per il risultato di Milei in Argentina.
La sinistra invece sembra povera di legami internazionali. Proprio quello che in altri tempi la caratterizzava ed era la sua forza ora è diventato un punto di debolezza.
L’orizzonte della sinistra attuale sembra esaurirsi al mondo occidentale e poco più.
Ci piacerebbe leggere di un viaggio dei leader della sinistra in America Latina o in Africa e in altre parti del mondo per incontrare forze progressiste e democratiche, e confrontarsi ed avere una visione più precisa di ciò che in profondità è oggi il mondo globalizzato.
Se è vero che la sinistra deve ritornare davanti alle fabbriche e nei luoghi della vita quotidiana per incontrare le persone reali con i loro bisogni e i loro problemi, é anche vero che essa deve fare più missioni all’estero per dialogare con le forze politiche che nei vari paesi dei continenti si battono per la giustizia sociale e per un futuro di pace.
Senza una visione globale e senza in politica di solidarietà internazionale la sinistra ha il fiato corto.
Enrico Rossi

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