Vi ricordate cosa si era scritto nell’articolo dallo stesso titolo pubblicato qualche settimana or sono su Pensalibero? Bene. Siamo stati facili profeti: tutto quello che era stato scritto si sta puntualmente avverando. Avevamo precisato che con la prossima entrata in vigore del nuovo codice degli appalti il legislatore rischiava di ledere gli interessi di una importante lobby nostrana costituita dai concessionari autostradali. All’interno di questa lobby, discretamente mimetizzati affinché di loro si parli il meno possibile, vi sono alcuni signori che frequentano il salotto buono della finanza italiana come Gavio e Benetton. Questi ultimi, in particolare, gestiscono oramai il segmento della moda, da cui hanno avuto inizio le fortune familiari, come un redditizio passatempo avendo convertito il loro immenso potere economico in investimenti finanziari che hanno come punto di traino la gestione delle infrastrutture di trasporto ed il connesso servizio di ristorazione (Autostrade per l’Italia, Autogrill, Aeroporto internazionale di Fiumicino ecc, ecc).
Poiché tali enormi imperi finanziari non nascono la mattina per caso ma necessitano del coinvolgimento della classe politica (la privatizzazione – o sarebbe più giusto dire la svendita – di Autostrade SpA che gestiva la gran parte della rete autostradale italiana è avvenuta durante il governo di D’Alema) avevamo facilmente ipotizzato che l’articolo 177 del nuovo codice, che fissa il tetto massimo del 20% per i lavori da tenere in house nell’ambito delle concessioni, sarebbe stato sicuramente visto e corretto. Questa norma, si era spiegato, costituisce un grave limite per le concessionarie che sinora hanno potuto affidare direttamente alle società collegate il 40% degli appalti che gestiscono bypassando le normali procedure di aggiudicazione.
Il capolavoro di Tomasi di Lampedusa, anche in questa circostanza, dimostra la sua intrinseca verità: cambiare tutto per non cambiare nulla. Una per una le grandi novità che il nuovo codice degli appalti e delle concessioni doveva apportare nell’ambito dei contratti pubblici si stanno assottigliando: la sintesi e la snellezza del testo tanto decantate e sbandierate, da essere il tema dominante finanche nella conferenza stampa tenuta subito dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri dell’8 marzo dal ministro delle infrastrutture Delrio, è già andata a farsi benedire a seguito dell’annuncio di 40 decreti attuativi delle norme del codice stesso (una vera barzelletta: ci sarà in pratica un decreto ogni tre articoli del codice stesso. Alla faccia di chi si aspettava un testo stringato e sintetico!) . L’Anac, che costituisce il pilastro di tutta la girandola di norme anticorruzione messe in piedi dal nuovo testo del codice, non si sa ancora con chiarezza su quali e quanti fondi potrà contare per essere in grado di esercitare le sue funzioni istituzionali. Ora viene meno anche quest’altra novità riguardante la limitazione dei lavori in house.
Infatti, nel recente incontro tenutosi al ministero delle infrastrutture, i rappresentanti del dicastero hanno risposto alle richieste che i sindacati avevano portato al Mit lo scorso 14 marzo. E’ stata prevista una importante novità nell’interpretazione delle nuove regole sui lavori dei concessionari, che comunque diventeranno operative solo 24 mesi dopo l’entrata in vigore del codice.
Il Mit, infatti, ritiene che il concessionario potrà «effettuare lavori e servizi in gestione diretta, in quanto l’obbligo di non superare il 20% si riferisce ai lavori e servizi non gestiti direttamente». In concreto, se il lavoro esce dalle strutture del concessionario, è necessaria la gara. Se, invece, il concessionario riesce a farsi tutto in casa, utilizzando propri dipendenti, non incorre nel sopraddetto limite del 20% . Si tratta di una previsione che, allo stato attuale, tenuto conto di come sono oggi strutturate le concessionarie, cambia poco sul mercato. In prospettiva, però, apre una portone all’aggiramento dei vincoli dell’articolo 177. Infatti, se le concessionarie decidessero di internalizzare le società in house, potrebbero tenersi tutti i lavori in casa più e meglio di prima.
Insomma, esattamente come avevamo preconizzato: si inizia con una campagna di stampa, si paventa la perdita di posti di lavoro, si mandano avanti i sindacati di settore, si invoca e si ottiene l’appoggio politico. Uno straordinario esempio di come funzionano le cose da noi. Prima si enunciano principi lodevolissimi, il mercato, la libera concorrenza, l’imprenditoria non subordinata a interessi di parte, poi si cambia politica in corso d’opera a seconda del peso e delle amicizie di chi bussa alla porta; che, nel caso specifico, sia ben chiaro, non sono certo le organizzazioni sindacali ma chi le strumentalizza. Il tutto senza alcun senso di decenza e di coerenza dinanzi ad una opinione pubblica che oramai inghiotte tutto, abituata com’è, sin dai tempi dell’unità d’Italia, periodo in cui sono ambientate le vicende del principe di Salina, a vedere tutto che cambia proprio perché nulla cambi veramente.

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