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Non Solo Groenlandia: Geopolitica delle Svalbard

La Groenlandia, la più grande isola del mondo, situata tra l’Oceano Atlantico del Nord e l’Oceano Artico, appartiene sempre più alla prima categoria. Non perché abbia perso il proprio peso politico, né perché i rapporti tra Nuuk (la capitale groenlandese), Copenaghen (da cui la Groenlandia dipende formalmente, pur godendo di un’ampia autonomia) e Washington siano privi di attriti. Ma perché la sicurezza dell’isola è ormai iscritta in modo profondo nel perimetro strategico degli Stati Uniti e della NATO. A dimostrarlo è la massiccia presenza militare nella parte nord-occidentale dell’isola, dove si trova l’installazione più settentrionale del Dipartimento della Difesa statunitense. Questa struttura svolge missioni cruciali di allerta e difesa missilistica, oltre alla sorveglianza dello spazio profondo: un punto nevralgico in cui l’Artico entra direttamente nella sicurezza continentale del Nord America.

di Istituto Ispi | 5 Giugno 2026

di Edoardo Minola

Nell’Alto Nord, quella vasta e gelida regione che circonda il Polo Nord, ci sono luoghi che contano perché sono chiusi, controllati, quasi blindati. E poi ci sono luoghi che contano proprio per il motivo opposto: perché restano aperti.

La Groenlandia, la più grande isola del mondo, situata tra l’Oceano Atlantico del Nord e l’Oceano Artico, appartiene sempre più alla prima categoria. Non perché abbia perso il proprio peso politico, né perché i rapporti tra Nuuk (la capitale groenlandese), Copenaghen (da cui la Groenlandia dipende formalmente, pur godendo di un’ampia autonomia) e Washington siano privi di attriti. Ma perché la sicurezza dell’isola è ormai iscritta in modo profondo nel perimetro strategico degli Stati Uniti e della NATO. A dimostrarlo è la massiccia presenza militare nella parte nord-occidentale dell’isola, dove si trova l’installazione più settentrionale del Dipartimento della Difesa statunitense. Questa struttura svolge missioni cruciali di allerta e difesa missilistica, oltre alla sorveglianza dello spazio profondo: un punto nevralgico in cui l’Artico entra direttamente nella sicurezza continentale del Nord America.

Le Svalbard sono l’altro lato dello specchio. Per comprendere questo arcipelago situato a metà strada tra la costa settentrionale della Norvegia e il Polo Nord, occorre superare l’immaginario comune. Le Svalbard non sono solo il luogo suggestivo in cui si trova la Svalbard Global Seed Vault, la banca mondiale dei semi nata per preservare la biodiversità genetica delle colture planetarie in caso di catastrofi globali, ma rappresentano una rarità geopolitica.

Dal punto di vista giuridico non siamo di fronte a una zona grigia: la sovranità sull’arcipelago è norvegese, piena e riconosciuta a livello internazionale dal Trattato delle Svalbard firmato a Parigi nel 1920, poi ufficialmente incorporato nell’ordinamento di Oslo nel 1925. Tuttavia, quella sovranità viene esercitata dentro un regime speciale. Il trattato nacque per garantire ai cittadini e alle imprese di tutti gli Stati firmatari, inclusi grandi attori globali come la Russia e la Cina, un trattamento del tutto paritario e non discriminatorio in una serie di attività economiche, che storicamente andavano dalla pesca allo sfruttamento minerario. Al tempo stesso, il testo del 1920 impone precisi limiti all’uso militare dell’arcipelago: pur non vietando qualsiasi attività della Norvegia, esclude categoricamente la costruzione di basi navali, fortificazioni o l’uso bellico del territorio.

Il vero paradosso comincia proprio da qui. Geograficamente e politicamente le Svalbard appartengono alla Norvegia, ma le regole del gioco sono uniche. Il governo di Oslo gestisce le isole sapendo di dover concedere a chiunque il diritto di stabilirsi e fare affari. Questa storica apertura neutralizza di fatto l’uso militare dell’area, impedendo alla Norvegia e ai suoi alleati occidentali di stabilire un controllo logistico o strategico esclusivo sulle isole. Ne viene fuori una convivenza singolare, una corda tesa tra le ambizioni degli attori internazionali e il lavoro discreto della diplomazia norvegese per evitare incidenti. Finché si trattava di gestire miniere e pescherecci, il sistema ha funzionato. Oggi, però, in un Artico surriscaldato dalla tecnologia e dalle materie prime del futuro, quell’antico equilibrio si mostra in tutta la sua fragilità.

Per comprendere la differenza, basta guardare alla Groenlandia. Quel territorio partecipa pienamente alla sicurezza del blocco occidentale, coprendo un ruolo centrale nel monitoraggio polare a protezione del continente americano. Le Svalbard rispondono a dinamiche opposte, proprio perché lo status giuridico permette a qualunque Stato firmatario di mantenere una presenza stabile. Questo fa sì che la Groenlandia rientri senza troppi ostacoli nei piani strategici della NATO, mentre l’arcipelago norvegese richieda una costante prudenza politica. In una fase di aperta competizione tra potenze, la storica permeabilità delle isole mostra il suo doppio volto: è uno strumento di dialogo in tempi di pace, ma si trasforma in un elemento di vulnerabilità quando cresce la diffidenza geopolitica.

Pragmatismo d’alto mare

La prima area in cui si avverte questa frizione è la pesca. Nel 1977 la Norvegia istituì attorno alle Svalbard una Fisheries Protection Zone (Zona di protezione della pesca) estesa per 200 miglia nautiche. Oslo scelse questa formula cauta, preferendola a una Zona Economica Esclusiva (ZEE) piena, proprio perché il Trattato del 1920 era stato redatto ben prima che il diritto internazionale del mare introducesse, nel secondo dopoguerra, i moderni concetti di sfruttamento delle acque extra-territoriali. Da allora, il governo norvegese sostiene di avere il pieno diritto di regolare le quote e far rispettare le norme ambientali in tutta l’area; tuttavia, altri attori internazionali hanno contestato questa lettura, sostenendo che i diritti di parità del Trattato debbano estendersi anche alle acque oceaniche circostanti.

Non si tratta di una disputa puramente tecnica per addetti ai lavori. Nelle acque pescose che circondano le isole, la gestione ittica diventa il termometro dell’autorità di Oslo. La sfida non si consuma attraverso clamorosi incidenti militari, ma tramite una pressione costante e a bassa intensità. Attraverso questo monitoraggio ravvicinato, gli attori esterni testano i margini reali della reazione norvegese. Questo spiega l’atteggiamento ambivalente della Russia. Da un lato, il Cremlino non perde occasione per criticare la gestione esclusiva di Oslo sulle acque circostanti; dall’altro, i pescherecci russi si adeguano puntualmente alle direttive norvegesi. Il motivo è semplice: nessuno a Mosca vuole rischiare il collasso dei mercati ittici nel Mare di Barents. Si preferisce così una pressione costante ma calcolata, che permette di contestare l’autorità della Norvegia nella teoria, continuando però a collaborare nella pratica.

Sovranità dei dati

Accanto alla pesca, c’è il grande tema della scienza. Le Svalbard sono da sempre uno dei luoghi preferiti dagli scienziati di tutto il mondo per studiare il clima e l’ambiente polare. Con il sostegno della Norvegia, l’arcipelago ospita da decenni basi e laboratori dove ricercatori di moltissimi paesi, compresa l’Italia, lavorano fianco a fianco per monitorare lo scioglimento dei ghiacci e i cambiamenti della fauna. Qui operano più di venti istituzioni scientifiche da tutto il mondo, impegnate in programmi di monitoraggio climatico a lungo termine. Il valore di questa cooperazione è indiscutibile: senza questi laboratori sapremmo molto meno sui meccanismi del riscaldamento globale, sullo scioglimento dei ghiacciai e sul mutamento degli ecosistemi. C’è però un altro lato della medaglia. Questa mole di attività scientifiche porta con sé antenne, radar e server, traducendosi in una presenza fisica costante e nella raccolta di una quantità enorme di informazioni su tutto ciò che accade in questa fetta di mondo così strategica. Questo accade perché i dati scientifici sono, per loro natura, ambivalenti. Una mappa dettagliata dei fondali oceanici aiuta a comprendere la salute del pianeta, ma descrive anche i corridoi perfetti per il transito dei sommergibili. Di conseguenza, quella che nasce come una legittima campagna di ricerca civile si trasforma in un formidabile strumento di conoscenza del territorio, modificando i delicati equilibri tra le potenze che si contendono il controllo del Nord.

Dalle profondità marine si passa poi al cielo. Sulle montagne dell’arcipelago si trova SvalSat, una delle stazioni satellitari più importanti del pianeta. Grazie alla sua posizione vicina al Polo Nord, riesce a catturare i dati dei satelliti a ogni loro giro intorno alla Terra. È un’infrastruttura fondamentale per i programmi civili europei, come il sistema di navigazione Galileo o la rete di monitoraggio ambientale Copernicus. Il problema è che questa tecnologia parla due lingue: fotografare lo stato dei ghiacci per scopi scientifici significa anche poter vedere, in tempo reale, come si muovono le navi militari dei rivali nelle acque artiche.

Il vuoto normativo

L’ultima frontiera è quella dei fondali oceanici dove si sta aprendo un nuovo capitolo. Se un tempo le Svalbard significavano soprattutto carbone, con i russi storicamente stabiliti nel villaggio minerario di Barentsburg, oggi l’attenzione si concentra sui tesori nascosti nei fondali circostanti. Oslo ha avviato le prime manovre per esplorare i fondali del Mare di Norvegia alla ricerca di minerali strategici, quelli indispensabili per la transizione energetica globale. La prospettiva di scavare negli abissi polari solleva molti dubbi e forti proteste ecologiste, ma dimostra una cosa fondamentale: la corsa alle risorse artiche si sta spostando dove è molto più difficile tracciare confini e controllare chi va e chi viene.

Che la tensione sia pronta a salire lo dimostra il caso del “granchio delle nevi“, una specie commerciale che ha scatenato una vera e propria battaglia legale. Nel 2023, i giudici norvegesi hanno stabilito che i diritti di parità economica degli altri paesi finiscono dove iniziano le acque profonde. In pratica, Oslo ha blindato il controllo esclusivo sui propri fondali marini. Ovviamente, una decisione unilaterale non cancella i malumori di russi o cinesi. Il granchio è stato solo un assaggio: se l’esplorazione mineraria dovesse dare i primi frutti commerciali, quel vecchio scontro legale tornerebbe a galla in un attimo, portando con sé una scia di fortissime tensioni internazionali.

Questo contrasto riassume l’intera partita geopolitica dell’Alto Nord. Proteggere la Groenlandia significa semplicemente aggiornare radar e installazioni militari d’intesa con gli alleati. Proteggere le Svalbard, invece, è un rompicapo: significa fare sicurezza senza poter usare le armi. Militarizzare l’arcipelago è vietato dai trattati e finirebbe solo per esasperare i rivali, pronti ad accusare la Norvegia di scorrettezza. Eppure, isolare queste isole dalle tensioni globali è ormai impossibile.

In fin dei conti, la diplomazia norvegese si trova davanti a un bivio delicatissimo: come blindare un castello senza porte? Bisogna vigilare sulla pesca senza creare incidenti internazionali e normare i fondali prima che diventino un terreno di scontro. Ma la minaccia più subdola è quella che punta a sfibrare la pazienza di Oslo. Chi vuole mettere i bastoni tra le ruote alla NATO non userà la forza, ma la burocrazia: una contestazione legale dopo l’altra, una nave fermata dopo l’altra, una scusa scientifica dopo l’altra. Una pressione continua pensata per logorare l’equilibrio dell’Alto Nord, un piccolo dettaglio alla volta.

Attenzione, però: i trattati del secolo scorso hanno ancora un ruolo cruciale. Anzi, sono proprio queste vecchie carte a evitare che le tensioni quotidiane sfocino in un conflitto vero e proprio. Rimane il fatto che sono nati in un’altra epoca. Quando l’accordo sulle Svalbard fu firmato, l’obiettivo era semplicemente pacificare una terra remota e permettere alle aziende dell’epoca di lavorare in pace. Nessuno poteva immaginare che un giorno quel testo avrebbe dovuto reggere il peso di un oceano senza più ghiacci, di navi mercantili globali e di stazioni satellitari all’avanguardia. È un carico straordinario per una legge così vecchia.

Al di là delle differenze, queste due realtà riflettono il duplice volto dell’Alto Nord. La Groenlandia si muove entro parametri di sicurezza strategica definiti, mentre le Svalbard restano uno spazio aperto, dove la stabilità dipende dal rispetto dei trattati e da un costante equilibrio diplomatico. Eppure, il futuro dell’Artico si gioca in gran parte in queste acque contese. Perché la tenuta delle relazioni internazionali non si misura quasi mai nell’isolamento dei contesti rigidamente militarizzati, ma nei luoghi di mezzo, dove la gestione di un confine permeabile diventa il vero indicatore della stabilità dell’intera regione polare.

Edoardo Minola

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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