
C’è geometria variabile nel rapporto tra i leader dei Paesi occidentali e la presidenza Trump, anche con venature psicoanalitiche, perché nella relazione intervengono fattori come la paura di essere maltrattati personalmente in mondovisione ed essere responsabili di ritorsioni economiche.
L’Italia, in questo quadro, ha un comportamento del tutto particolare, in bilico ambiguo tra i due lati dell’Atlantico, con la premier molto attratta in chiave ideologica dal padrone della Casa Bianca, ma anche sempre intenta a rassicurare i partner europei.
L’atteggiamento del presidente americano verso l’Europa, in verità, è brutalmente chiaro e non fa sconti neppure alle amiche, riassumendosi nella convinzione che l’esistenza stessa dell’Unione Europa sia stato un inganno costruito apposta per “fregare” gli Stati Uniti. I nostri Padri fondatori, da De Gasperi a Schuman sarebbero stati dei gran furbacchioni che tramavano alle spalle dello zio Sam.
La gente comune è più tranchant, oscillando in gran maggioranza, così dicono i sondaggi, tra lo sbigottito e lo sconsolato, con una frangia minoritaria di ammiratori del metodo del tycoon, “uno che le dice chiare”.
E’ il grande vantaggio competitivo degli autocrati rispetto ai liberaldemocratici: appaiono decisionisti, netti, coerenti.
Per chi ha responsabilità di governo, il contrasto non può però essere risolto mandandolo al diavolo.
In giro per il mondo, qualche boomerang ha peraltro funzionato. Ne sanno qualcosa i liberali canadesi e i laburisti australiani che hanno vinto elezioni date per perse, proprio per reazione a Trump. All’argentino Milej è andata bene perché con un metodo simile a quello del Comandante Lauro di un tempo, l’America ha promesso finanziamenti condizionati al voto per il re della motosega, e quest’ultimo l’ha spuntata. In Ungheria (100 miliardi di aiuti da Bruxelles per ricattare l’UE), potrebbe saltare ad aprile il pilastro trumputiniano di Orban, ma è partito un soccorso trasversale da Rubbio (e si capisce) a Meloni e Salvini, con quali vantaggi per l’Italia non si coglie bene.
Dopo il trattamento Zelensky che mandava in frantumi qualsiasi regola di relazione diplomatica e di rispetto personale, ciascuno ha scelto comunque la sua sfumatura di opportunità.
Più coraggiosi e con la schiena dritta Macron e Sanchez, del tutto piegato a 90 gradi il segretario Nato Rutte, desolante Von der Lyen andata a ringraziare Trump a casa sua per aver quintuplicato i dazi per l’Europa.
In questo senso, si può dire che Trump abbia sempre confermato gli obiettivi antieuropei dichiarati, ma aver spinto il Regno Unito nelle braccia dell’Europa è un risultato molto poco lungimirante per lui, ottimo per noi. Somiglia a quello di aver portato Svezia e Finlandia nella Nato del suo amico Putin. Trump naturalmente ritiene di aver fatto cose straordinarie per gli americani, ma dopo dazi e dollaro più debole i sondaggi interni stanno andando molto male e le elezioni di novembre potrebbero essere catastrofiche, aprendo – con una nuova maggioranza parlamentare – persino il baratro dell’impeachment. Si parla per questo addirittura di un tentativo di bloccare le elezioni, ultimo anello di un percorso eversivo iniziato con l’attacco a Capitol Hill.
Di fronte a tutto questo, per Giorgia Meloni i problemi sono seri, volendo fare surf in Europa ma continuando ad evitare l’impressione stessa di una critica alla Casa Bianca, anche a costo di “osservare” il consiglio di amministrazione dei dittatori per Gaza. Scivola sul ghiaccio meglio che alle Olimpiadi, ma qualche incongruenza grave è già emersa. Per 48 ore, poco più, ha mollato le intese con l’odiata Francia ed ha varato uno stretto legame con Merz e la Germania. Non parliamo di asse Roma-Berlino per carità di Patria, ma tutto è saltato non appena il Cancelliere ha fatto notare che la politica MAGA da Marchese del Grillo non gli piace. La sovranista Meloni ha subito mollato l’intesa preferenziale.
Molti nodi rischiano ora di sciogliersi. Non si può essere troppo a lungo europeisti e nazionalisti, pro Orban, pro Vox e percettori del Pnrr. L’Italia delle convergenze parallele è finita da tempo. Con uno come Donald non resistono i trumpiani critici.
Beppe Facchetti

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