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Addio a Jesse Jackson il padre della Raimbow Coalition

La morte di Jesse Jackson, un grande della sinistra americana, può essere l’occasione per rileggere la storia della sinistra occidentale per comprendere le radici del socialismo democratico negli USA, che sta riprendendo forza come alternativa alla destra di Trump e del MEGA, e per capire meglio le svolte di cui ha bisogno anche la sinistra italiana ed europea. Negli anni ’80, l’America era stretta nella morsa della Reaganomics: deregolamentazione, tagli drastici al welfare e un’offensiva senza precedenti contro i sindacati. In questo deserto per la sinistra, emerse la figura di Jesse Jackson. Jackson non era solo un erede di Martin Luther King; era un visionario politico che capì, prima di chiunque altro, che la frammentazione dei ceti popolari basata sulla identità etnica era il miglior alleato del grande capitale. La sua Rainbow Coalition (Coalizione Arcobaleno) non era uno slogan multiculturale, ma una strategia di classe.

di Enrico Rossi | 18 Febbraio 2026

La morte di Jesse Jackson, un grande della sinistra americana, può essere l’occasione per rileggere la storia della sinistra occidentale per comprendere le radici del socialismo democratico negli USA, che sta riprendendo forza come alternativa alla destra di Trump e del MEGA, e per capire meglio le svolte di cui ha bisogno anche la sinistra italiana ed europea.

Negli anni ’80, l’America era stretta nella morsa della Reaganomics: deregolamentazione, tagli drastici al welfare e un’offensiva senza precedenti contro i sindacati.

In questo deserto per la sinistra, emerse la figura di Jesse Jackson.

Jackson non era solo un erede di Martin Luther King; era un visionario politico che capì, prima di chiunque altro, che la frammentazione dei ceti popolari basata sulla identità etnica era il miglior alleato del grande capitale. La sua Rainbow Coalition (Coalizione Arcobaleno) non era uno slogan multiculturale, ma una strategia di classe.

Nelle primarie del 1988, Jackson scioccò l’America ottenendo quasi 7 milioni di voti. Il suo programma era un manifesto di socialismo democratico applicato.

Prevedeva una reindustrializzaziome guidata dallo Stato, l’opposizione alla fuga dei capitali e investimenti massicci nelle città degradate.

Per la sanità la proposta era di costruire un sistema nazionale che garantisse cure a tutti, indipendentemente dal reddito.

La giustizia fiscale avrebbe dovuto finanziare lo stato sociale con ritorno a aliquote elevate per le grandi corporation e i super-ricchi.

In politica estera Jackson voleva che gli USA smettessero di sostenere dittatori in funzione anti-comunista per concentrarsi sui diritti umani e lo sviluppo globale.

Jackson riuscì a unire i contadini bianchi del Midwest, che perdevano le terre a causa delle banche, con i lavoratori neri e bianchi delle metropoli deindustrializzate.

Fu un momento alto per il socialismo americano anche se Jackson perse le primarie del 1988 e decise di non candidarsi a quelle del 1992 in alternativa a Clinton.

Sotto la guida di Bill Clinton, il Partito Democratico compì una mutazione genetica definitiva con una linea liberal globalista e di finanziarizzazione dell’economia.

Clinton non cercò di abbattere il reaganismo, ma di renderlo più “efficiente” e “compassionevole”. Questa linea si basava su tre pilastri che Jackson aveva sempre avversato.

In primo luogo, l’idea che il mercato globale dovesse essere totalmente deregolamentato, anche a costo di distruggere la base manifatturiera americana.

In secondo luogo, la deregolamentazione finanziaria: iniziò l’era in cui Wall Street divenne il vero motore delle decisioni del Partito Democratico.

E infine lo smantellamento del Welfare: la riforma dei sussidi del 1996, che colpì duramente le fasce più povere per “responsabilizzarle” verso il mercato del lavoro.

Clinton vinse emarginando Jackson e le idee della sinistra radicale.

Per vent’anni, la parola “socialismo” scomparve dal vocabolario politico, sostituita dal dogma della crescita infinita guidata dai mercati.

Il modello clintoniano entrò in crisi profonda con il crash finanziario del 2008. In quel vuoto, Bernie Sanders ha ripreso il testimone di Jackson, aggiornandolo per il nuovo millennio.

Sanders ha trasformato le intuizioni di Jackson in una macchina da guerra elettorale. Mentre Jackson parlava di “speranza”, Sanders ha parlato di “conflitto di classe”.

Ha dimostrato che si può sfidare l’establishment senza i soldi dei miliardari, con il finanziamento dal basso, usando le micro-donazioni.

Ha reso la sanità pubblica il tema centrale del dibattito nazionale, costringendo ogni candidato a confrontarsi con esso.

Ha fuso la lotta ambientale, il green deal, con la creazione di posti di lavoro pubblici, unendo le istanze dei sindacati con quelle dei giovani attivisti.

Sanders non ha vinto la presidenza, ma ha vinto la “guerra delle idee”. Ha ricostruito la Rainbow Coalition, questa volta includendo le nuove generazioni che non hanno più paura dell’etichetta di “socialista”.

L’onda partita da Jackson e proseguita con Sanders è approdata oggi nelle istituzioni locali. L’elezione di Zohran Mamdani a Sindaco di New York nel 2026 rappresenta il culmine di questo percorso.

Se Clinton era il volto della New York finanziaria, Mamdani è il volto della New York dei lavoratori e dei poveri emerginati oltre che dei ceti medi più popolari. Il suo governo sta mettendo in pratica ciò che Jackson chiedeva quarant’anni fa: trasporti gratuiti e controllo pubblico dell’energia, una legislazione aggressiva contro la speculazione immobiliare, spostamento di risorse dalla polizia ai servizi di salute mentale e istruzione, giustizia fiscale e tasse per i più ricchi.

Conclusione: Una Storia Circolare

Il filo rosso che unisce Jesse Jackson, Bernie Sanders e Zohran Mamdani è la convinzione che la democrazia non possa esistere senza giustizia sociale ed economica.

La linea liberal-globalista di Clinton ha dominato per tre decenni, promettendo prosperità per tutti attraverso il mercato. Tuttavia, l’esplosione delle disuguaglianze e la crisi climatica hanno dimostrato i limiti di quel modello.

Il cosiddetta Terza Via clintoniana e poi blariana è stata, col senno di poi, il cavallo di Troia che ha permesso la finanziarizzazione estrema, portando alla crisi del 2008 e, per reazione, all’ascesa dei populismi di destra.

Oggi, il ritorno alle radici del socialismo democratico americano, un socialismo pragmatico, multirazziale e radicato nel territorio, non è più un ricordo nostalgico degli anni ’80, ma l’unica vera alternativa strutturata al populismo di destra cresciuto sul fallimento del neoliberismo della sinistra.

È persino troppo facile ricostruire la parabola della sinistra italiana parallelamente collegandola alla politica americana, e intuire come la più grande sinistra comunista e socialista del mondo occidentale si trasformò in una forza liberal di ispirazione clintoniana, fino alla vittoria di Renzi nel PD.

Oggi, esistono spinte positive all’interno delle forze che compongono la sinistra italiana anche se si è ancora lontani da una svolta chiara in senso socialista.

Tuttavia, la lotta contro la destra estrema, liberista in economia e illiberale per i diritti, pone la necessità di ricostruire un forte radicamento sociale partendo dall’obiettivo di cambiare le condizioni materiali dei lavoratori, dei ceti medi e dei poveri.

E questo è il senso di un movimento che si ispira agli ideali e alla prassi del socialismo.

Enrico Rossi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Enrico Rossi

Enrico Rossi è un politico italiano, presidente della Regione Toscana dal 2010 al 2020. È membro del Comitato europeo delle regioni (CoR) dal 26 gennaio 2015; dall’ottobre 2019 è vicepresidente del gruppo socialista al CoR. Sindaco di Pontedera dal 1990 al 2000, assessore regionale alla Sanità dal 2000 al 2010. Nel 1999 viene chiamato a Roma da Walter Veltroni per assumere l’incarico di vice responsabile nazionale dell’area economica dei Democratici di Sinistra.

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