Il corpo profondo dell’elettorato italiano non ha una vocazione progressista. Solo occasionalmente una parte del ceto moderato si può alleare con la sinistra per contrastare fenomeni particolari, come nel caso attuale del berlusconismo.
Esiste una paralizzante eredità comunista che ha impedito ed impedisce un’evoluzione della sinistra nel suo complesso in senso socialdemocratico, a vocazione maggioritaria, come ora è di moda dire; la tradizione storica del partito comunista ha fatto sì che per lunghi anni, troppi, sia rimasta confinata al suo interno quella consistenza minoranza che ora dà luogo, con qualche complicità sindacale, alle formazioni neo-comuniste ora definite, con termine improprio, radicali.
Queste estrapolazioni si possono trarre dall’analisi condotta da Ernesto Galli della Loggia giorni fa sul Corriere della Sera. Partendo da queste premesse l’autore argomenta poi parlando d’altro: delle difficoltà oggettive e soggettive del governo Prodi, a partire dal programma, monumentale e perciò irrealizzabile, transitando per le mancate riforme, quelle inadeguate o addirittura le controriforme, per arrivare all’occupazione indiscriminata del potere.
Tutte cose vere, ma non conclusive. C’erano invece due esigenze preliminari e quindi principali a cui dare risposta:
– la prima avrebbe dovuto comportare un tangibile rinnovamento dell’azione politica, speculare rispetto al rinnovamento della società e dei comportamenti nel pubblico e nei suoi riflessi sul privato a tutti i livelli, proprio perché uno degli obiettivi principali doveva essere quello di guarire non solo l’elettorato, ma il paese nel suo complesso, dalla crisi di sfiducia;
– la seconda richiedeva la creazione, al centro dello schieramento ed a fronte di un’articolazione troppo vasta della maggioranza, di un nucleo riformatore forte, ma soprattutto omogeneo e quindi dominante all’interno della coalizione, che avesse la forza di affrontare un certo numero, anche se limitato, di problemi e di risolverli in maniera efficace.
Nessuna delle due questioni è stata risolta e pertanto si ripropongono anche nella futura prospettiva politica, con in più la complicazione rappresentata dal partito democratico, che forse qualcuno pensava potesse costituire quel nucleo riformatore forte e invece rischia di riprodurre al suo interno tutte o quasi le contraddizioni e le linee di frattura presenti nell’intera coalizione.
Che c’entra tutto questo discorso con la prospettiva della ricostruzione [o costruzione] di un’area e di un soggetto politico socialista o liberal socialista? C’entra perché questo soggetto deve far parte per propria natura del nucleo riformatore forte e non può esserlo con semplici funzioni di cabotaggio, ma come propositore e sostenitore, in tutta autonomia ed indipendentemente dalla consistenza numerica, di un programma prima di tendenza e poi eventualmente di governo. Ma nel percorso di questa ricostruzione, che non è e non può essere intesa solo come la ricostruzione di un vecchio partito, occorre fare attenzione alle forze che si mettono in campo ed anche a quelle con cui occorre stabilire collegamenti.
Le forze che si mettono in campo, anzi che auspichiamo che vengano messe in campo, le conosciamo ormai tutti da un bel pezzo e fanno perno su quelle che a Bertinoro avevano trovato la prima occasione d’incontro e di lancio, anche se poi questa spinta si è affievolita e in qualche modo anche banalizzata dopo Chianciano, né il progetto di Costituente riesce ad uscire dalle secche della mera enunciazione, ben lungi com’è per ora dal caratterizzarsi come ipotesi politica con cui gli altri debbano fare i conti, complice non ultimo il ricatto elettorale.
Quanto ai collegamenti da stabilire bisogna uscire dalla tentazione di avere interlocutori strategici e privilegiati: questa tentazione, dati i rapporti di forza in essere, non può che portare alla subalternità. Invece si deve ragionare in termini di autonomia, indirizzando gli sforzi verso una piattaforma programmatica e laica, avendo chiaro anche che il concetto di laico non significa solo laicismo nel rapporto tra politica ed interessi religiosi, ma si allarga fino ad affermare e sostenere il primato dei programmi e della politica stessa sugli interessi particolari, quelli delle concentrazioni finanziarie, dei ceti parassitari, della difesa dei privilegi e della conservazione ovunque si manifesti, persino nella componente sindacale come è venuto alla ribalta negli ultimi tempi.
Ritorniamo perciò alle considerazioni espresse all’inizio. La prima che il corpo profondo dell’elettorato italiano non ha una vocazione progressista e solo occasionalmente una parte del ceto moderato si può alleare con la sinistra per contrastare fenomeni particolari. La seconda che, per la penalizzante eredità comunista, siamo in ritardo nella costruzione di una moderna sinistra europea, mentre permangono le spinte estremiste, anche se non sarebbe onesto attribuire quest’ultima caratteristica solo alla situazione italiana. Il limite ed il fallimento del governo Prodi e della coalizione che lo ha generato e sorretto, ancor prima ed indipendentemente dall’affaire Mastella, è stato di aver voluto agire come se la vittoria fosse andata ad una coalizione programmatica e non ad un cartello elettorale.
Questa situazione può essere corretta, costruendo una strategia ed un programma che incoraggino i ceti moderati ad impegnarsi in maniera costruttiva per la modernizzazione del paese. Contemporaneamente facendo uno sforzo deciso per presentare una sinistra moderna di qualità e livello europei, senza presunzioni o fughe in avanti. Anche in questo sta il nostro compito, diversamente resteremo nel ghetto dei club.
Silla Cellino

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