Nell’annunciare le sue dimissioni per l’intercettazione telefonica nella quale informava il suo compagno della imminente approvazione di un emendamento legislativo al quale era interessato, Il ministro Federica Guidi ha rivendicato la sua totale buona fede. Non c’è motivo di dubitarne, fino a prova contraria. Ma questo, da un punto di vista politico, rivela che la situazione è ancora più grave di quanto appare.
Che fosse in buona fede, significa che le appariva normale interessarsi, o avere parte, in provvedimenti che favorivano il compagno. Non sentiva il bisogno di astenersi per questo conflitto di interessi. Per un fatto semplicissimo: siamo al terzo governo imposto dall’alto, al di fuori della linearità costituzionale che avrebbe richiesto il ricorso a nuove elezioni in mancanza di una nitida maggioranza parlamentare. Per tre volte un Parlamento fatto di nominati e non di eletti, popolato di trasformisti, ha barattato voti di fiducia in cambio del mantenimento del seggio. E per tre volte ancora la gran parte dei ministri sono stati pescati sempre nello stesso bacino: le famiglie del capitalismo italiano, banchieri, finanzieri, alti burocrati. Con lo stesso criterio sono stati scelti i responsabili di molte aziende pubbliche o semipubbliche. Insomma, il conflitto di interesse, che si declamava di volere estirpare quando riguardava Berlusconi, non riguarda più i singoli. E’ sistemico, complessivo e gigantesco.
Un tempo si parlava di “razza padrona” per indicare una casta che, nell’ombra tirava le fila del potere condizionando la politica ed ottenendone i favori. Oggi non c’è alcun bisogno di “condizionare”: la razza padrona già da prima di Renzi, è al governo e sembra volerci restare procrastinando oltre ogni limite la sospensione della democrazia in Italia. Sia chiaro, le responsabilità sono diffuse: Napolitano è andato fuori dalla Costituzione, ma la classe politica, in massima parte, accettando e ratificando, si è fatta complice.
Stando così le cose, il peccato del ministro Guidi rappresenta ormai la regola ed appare persino veniale, dal momento che ben più gravi matrimoni di interesse si intravedono in filigrana tra la nostra screditata classe politica ed un capitalismo incapace di rinunziare ai benefici di questi sponsali.
Renzi che si è adagiato, contro tutte le Leopolde, su una situazione preesistente, limitandosi a promuovere persone amiche al posto di altre, ha ormai bruciato tutta la sua riserva di credibilità (che non era poca). Nel Paese della Commedia dell’arte, ha scelto di indossare una maschera fra le più tipiche dell’italianità: quella di capitan Fracassa, fanfarone e millantatore. Ed è un peccato, perché le premesse erano altre.
Per uscirne, non basta andare al voto. E’ necessario ripristinare per intero le regole della democrazia ed il primato della politica e, dunque, modificare la legge elettorale appena approvata che è disegnata su misura per questo sistema oligarchico e per niente trasparente. Questo Parlamento non lo farà mai. Tutte le speranze sono riposte nella Corte Costituzionale che dovrà pronunciarsi sull’Italicum nel prossimo autunno. Non a caso su ricorso di un gruppo di giuristi di tradizione laica, liberale e socialista. L’unica tradizione ad avere dimostrato, sempre, un fortissimo senso dello Stato di diritto.

Gentile Direttore,
condivido pienamente il Suo editoriale come sempre lucido e spietato.
Unico dubbio: “Tutte le speranze sono riposte nella Corte Costituzionale…”
Le Sue (nostre) speranze mi ricordano quelle che animavano gli oppositori del fascismo, riposero le speranze in re Vittorio salvatore della Patria e la fine a tutti è nota.