
Alle guerre di conquista del potere politico, soprattutto quando se ne ha una concezione poco democratica, si deve andare ben messi in arnese.
Essere ben armato, nella presente era, significa avere il dominio sulle tv pubbliche e private, che restano di gran lunga lo strumento principale di informazione e di orientamento del popolo.
Chiunque ha potuto vedere il peggioramento della qualità delle trasmissioni televisive e dei tg in particolare, sempre più filogovernativi e meloniani, al punto talvolta da sembrare quasi dei social personali di propaganda della presidente del Consiglio, piuttosto che organi di informazione e confronto.
Non è un giudizio astratto. In questi anni abbiamo visto giornalisti, conduttori e autori lasciare la Rai o essere spinti altrove; programmi scomparire dai palinsesti; trasmissioni considerate non abbastanza allineate subire pressioni, tagli, spostamenti, ridimensionamenti. Fabio Fazio, Lucia Annunziata, Serena Bortone, Roberto Saviano, Report: sono nomi e casi diversi, ma tutti raccontano lo stesso clima. Chi non si adatta diventa un problema.
In questo quadro, va letta la crisi della Commissione di vigilanza Rai. Per quasi due anni la maggioranza ha impedito che l’organismo funzionasse, perché non accettava di dover mediare sulla scelta del presidente Rai, come invece la legge prevede.
Non avendo i numeri per imporre la propria candidata, ha preferito bloccare tutto.
Le dimissioni delle opposizioni sono state dunque un gesto inevitabile. Restare dentro una Commissione ridotta a finzione avrebbe significato coprire il ricatto. Ancora più grottesche le dimissioni successive degli esponenti della maggioranza: prima paralizzano l’istituzione, poi provano a presentarsi come vittime.
Il punto politico è chiaro. Questa destra non sopporta i contrappesi. Lo vediamo sulla Rai, nel tentativo di costruire una legge elettorale su misura, nell’ambizione di mettere le mani anche sul Quirinale. Il disegno è sempre lo stesso: concentrare il potere, ridurre i controlli, occupare gli spazi, trasformare le istituzioni in strumenti della maggioranza.
La Rai dovrebbe essere servizio pubblico, caratterizzato da pluralismo, autonomia, informazione libera.
Invece rischia di diventare una macchina di propaganda governativa, pagata da tutti i cittadini anche da chi non si riconosce in questa destra.
La battaglia sulla Rai riguarda la qualità della democrazia.
E Meloni sa benissimo che chi controlla l’informazione prepara il terreno al controllo politico.
Enrico Rossi

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