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Le vere emergenze del paese

L’apertura anticipata delle ostilità sulla partita del Quirinale, come ne scriveva anche Stefano Folli ieri su Repubblica, proietta l’ombra di un autunno politico aspro ancorché privo di visione strategica, che preoccupa pure i repubblicani. Si tratta di una preoccupazione profonda per quanto avviene nel campo della destra e per le derive in atto nel Paese, che non risparmia l’azione del governo e della maggioranza. Anche se l’elezione di un Presidente di destra portasse a un presidenzialismo di fatto, questo scenario troverebbe argine proprio nella Costituzione, che possiede anticorpi solidi. Ciò a fronte di un governo che ha agito finora senza strappi clamorosi con la tradizione repubblicana e che, quando ci ha provato, ha trovato il Paese pronto a dare risposte fermissime, come è stato col referendum sulla giustizia.

di Eugenio Fusignani | 3 Luglio 2026

L’apertura anticipata delle ostilità sulla partita del Quirinale, come ne scriveva anche Stefano Folli ieri su Repubblica, proietta l’ombra di un autunno politico aspro ancorché privo di visione strategica, che preoccupa pure i repubblicani. Si tratta di una preoccupazione profonda per quanto avviene nel campo della destra e per le derive in atto nel Paese, che non risparmia l’azione del governo e della maggioranza.

Pur avendo affermato, fin dall’insediamento del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che avremmo valutato laicamente atto per atto l’operato del suo esecutivo, non ci siamo mai nascosti dietro un dito: quandanche non pregiudiziale, la distanza tra il destra-centro di questa maggioranza e il PRI restava e resta netta.

La nostra storia e la nostra cultura politica ci consegnano un ruolo ineludibile; questo parte dalla difesa della Costituzione, ma impone non meno di vigilare sulle torsioni istituzionali, sulle pulsioni identitarie e sulle sbandate della maggioranza. Aspetti, questi ultimi, che attengono a pericoli reali e già presenti, di fronte ai quali la vigilanza rappresenta un dovere democratico fondamentale, viepiù laddove il rischio di forzature strutturali si faccia concreto.

Tuttavia, l’idea di Giuseppe Conte di battezzare il nascente asse di centro-sinistra come “Alleanza per la Costituzione” appare una mossa utile solo a consegnargli la leadership della coalizione.

Infatti, al lordo dei possibili imprevisti giudiziari e d’immagine legati al controverso caso delle mascherine, l’impressione è che a Conte interessi più vincere lo scontro interno per la premiership del fronte alternativo anziché elaborare un progetto di governo solido per il Paese. La difesa delle istituzioni viene così ridotta a un espediente tattico, un vessillo elettorale utile a regolare i conti interni al proprio campo.

L’allarmismo geometrico espresso da certe letture appare perciò strumentale, muovendosi lungo una pericolosa rincorsa alla delegittimazione reciproca: da un lato, lo slogan meloniano secondo cui i Capi di Stato sarebbero stati finora “tutti di sinistra”; dall’altro lato, la risposta dell’opposizione che rischia di ridursi a una sorta di Union Sacrée alla francese.

Se la prima affermazione appare un’evidente forzatura elettorale dove non trova senso appiattire insieme figure come Scalfaro, Ciampi, Napolitano e Mattarella, espressioni di culture politiche diverse e talvolta opposte, siano esse cattoliche, azioniste o comuniste, la seconda muove solo dall’intento di evitare che la destra si prenda tutto.

Anche se l’elezione di un Presidente di destra portasse a un presidenzialismo di fatto, questo scenario troverebbe argine proprio nella Costituzione, che possiede anticorpi solidi. Ciò a fronte di un governo che ha agito finora senza strappi clamorosi con la tradizione repubblicana e che, quando ci ha provato, ha trovato il Paese pronto a dare risposte fermissime, come è stato col referendum sulla giustizia, peraltro condiviso anche dal PRI.

 Ma vi è una ragione anche di opportunità per la quale non conviene a nessuno fare forzature, a partire da Giorgia Meloni: se la Premier forzasse su questa ipotesi, regalerebbe un’autostrada all’espandersi di una forza neofascista vera come quella di Vannacci. Questi, infatti, nella radicale polarizzazione dello scontro determinata dallo spettro del colpo di mano, diventerebbe non solo l’interlocutore determinante per il disegno di Meloni, ma anche quello più pericoloso per lei, per la sua maggioranza e, soprattutto, per il Paese.

Per questo c’è bisogno di lavorare per alleanze alternative costruite su proposte politiche di prospettiva, che partano dalle solide radici del passato ma che abbiano una chiara visione del futuro.

Evocare un’intesa per difendere la Costituzione, abbandonando la formula del campo largo per questa artificiosa dicitura, suggerisce invece l’idea di un cartello elettorale votato a battaglie di mera conservazione e retroguardia in un Paese che non ha bisogno di arroccamenti nostalgici, ma di proposte che diano le risposte attese dai cittadini delusi dalle promesse tradite da Meloni e soci.

In tutto questo, la vera spinta può venire dallo strutturare un’area laica, repubblicana, liberal-democratica e riformista che offra una prospettiva politica utile a contrastare le derive populiste, nazionaliste e fintamente patriottiche, e a costruire una proposta di governo sostenibile, non ideologica né pregiudiziale.

Parliamo di un progetto politico che non ambisca solo a essere parte di un cartello elettorale per vincere e poi non governare, ma che sia una vera proposta in grado di rappresentare un approdo sicuro per gli elettori e un autentico progetto di governo per il Paese. Una forza politica di programma che sappia rilanciare una visione neolamalfiana dello sviluppo e dello Stato, capace di modernizzare l’Italia con lo stesso coraggio che caratterizzò la storica stagione del centrosinistra con la Nota Aggiuntiva. E qui la centralità diviene fin troppo chiara, perché un simile obiettivo non si realizza senza la forza delle idee e della tradizione del Pri.

Un patrimonio politico e ideale che si applica anche sulla partita del Quirinale, dove l’analisi deve farsi più pragmatica rispetto alle idee “contiane”. Certamente, anche se l’auspicio del Pri rimane quello di vedere al Colle una figura di chiara cultura democratica, sappiamo che la possibilità di vedere un Capo dello Stato proveniente da destra è più che un’ipotesi. Per quanto l’architettura parlamentare imponga regole e dialogo, poiché la maggioranza assoluta basta solo dal quarto scrutinio, il rischio di un colpo di mano esiste, anche se la storia insegna che i tentativi unilaterali spesso falliscono, come dimostrano le elezioni complesse di Leone nel 1971, di Scalfaro nel 1992 o la successiva convergenza su Mattarella nel 2015.

Ecco perché i problemi immediati su cui concentrare gli sforzi riguardano innanzitutto la legge elettorale, poiché è lì che si decidono i contrappesi del sistema; serve un proporzionale che torni a dare tribuna a tutte le istanze e che faccia da diga per evitare distorsioni nei numeri della maggioranza, garantendo che la rappresentanza parlamentare sia lo specchio fedele del Paese e non il frutto di pericolose ingegnerie.

Al contempo, occorre vigilare affinché il prossimo inquilino del Colle sia un autentico, indiscutibile garante del dettato costituzionale.

Perché la Costituzione non si difende usandola come uno scudo per le ambizioni di leadership di un singolo capo politico, ma presidiando le regole del gioco e offrendo all’Italia un progetto di governo moderno, europeista e profondamente repubblicano.

Eugenio Fusignani

Pubblicato in : Editoriale

Info Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e marketing, svolge l’attività di geometra come libero professionista. Dal 2021 è presidente nazionale di Culturalia, settore culturale dell’Agci. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è vicesindaco del Comune di Ravenna

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Luca Bagatin

    3 Luglio 2026 alle 12:46

    Posto che le leggi elettorali dal 1993 ad oggi (incostituzionale referendum Segni Pannella) sono incostituzionali, le vere emergenze del Paese pensavo fossero la sanità allo sbando, la scuola pubblica altrettanto allo sbando e l’aumento esponenziale dei crimini a partire dal sottovaluto fenomeno delle baby gang.

    Rispondi

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