
Dalla Liguria alla Sicilia, da Trieste alla Toscana, alla Calabria: ovunque il Paese sembra sul punto del cedimento strutturale. Poi lo spettro del fallimento, gli squarci su una politica volgare e corrotta, le resse dinanzi ai centri commerciali, le risse mortali per futili motivi, i raid punitivi di improvvisati giustizieri, il senso di sfiducia e di rassegnazione che sono palpabili: così, nel Paese numerosi e drammatici segni convergono nel testimoniare una diffusa decadenza, che è strutturale anch’essa – morale e civica prima di tutto.
E’ da questo sfacelo che occorre ripartire, prima ancora che si arrivi al fondo, perché il fondo – malgrado tutto – non è raggiunto e al peggio non c’è (mai) limite.
Non siamo tra quelli che pensano che sia la politica a dover rimediare a tutto questo, non è ad essa che dobbiamo chiedere di “redimerci” per quali e quante siano le responsabilità di ciascuno. Chi la pensa in questo modo affida improvvidamente allo Stato compiti che non non gli spettano e cede in compenso una quota irrinunciabile della propria responsabilità, che peraltro non sarà mai onorata.
Quel che è esigibile dalla politica è un progetto chiaro, lineare, comprensibile, cui si conformi un esempio coram populo: fatto non solo di sobrietà ma sopratuttto di spessore etico e ideale, tale da intercettare la convinzione o almeno il rispetto, l’impegno dei cittadini. E’ un nuovo patto costituzionale quello che serve all’Italia, quello che più volte ho chiamato, anche su queste pagine, una “rivoluzione”. Chiamiamolo come si vuole: quel che è certo è che non è né potrebbe essere la direzione di marcia che l’Italia sta sperimantando in queste settimane.
Il Governo Monti ha promesso rigore, equità e sviluppo. Quanti ai primi due, ci permettiamo di dubitare che essi siano effettivamente conseguibili mediante le misure contenute nella manovra (i contributi di tanti colleghi su questo stesso giornale lo hanno già egregiamente evidenziato); sul terzo, bisogna sospendere il giudizio, visto che se ne parlerà – a quanto si apprende – a partire da fine 2011.
E’ certo in ogni caso che il Governo non ha né il mandato politico, né l’orizzonte temporale minimo per fare “la” rivoluzione: tutta, intera, definitiva. La prospettiva a breve termine, sempre che il Governo riesca a superare le forche caudine dei passaggi parlamentari, è dunque quella di introdurre nell’ordinamento istituzionale e giuridico, ovvero nel sistema delle regole, ‘brandelli’ di pur robuste innovazioni, che rischiano di essere corpi estranei in un tessuto informe, parziali e forse iniqui, mal digeriti o decisamente rigettati.
E’ sulle sfide di grande momento che crescono, si esercitano, si affinano e si esprimono le leadership, i fatti e gli esempi di uomini e di classi dirigenti capaci di portare oltre i limiti sperimentati le vicende, le prospettive di un intero Paese, cambiandone per sempre i connotati, contribuendo (non determinando da soli) concretamente allo sviluppo di culture, mentalità, approcci nuovi.
Non possiamo rimproverare al Governo Monti queli limiti che – si passi il bisticcio – vanno oltre il ragionevole limite: esso non è nato per la rivoluzione e non solo non potrà compiere il miracolo – perché i miracoli non sono frutti di questa terra; non potrà neppure cambiare le sorti del Paese, bensì fornire al paziente – per usare la metafora assunta dal Ministro Fornero – una dose adeguata di antibiotico. Il ché significa, nel migliore dei casi, che questo anno e mezzo servirà ad abbassare fisiologicamente la febbre, non ad estirpare la patologia.
Per questo ultimo compito, anzi per conferire salute al paziente e toglierlo dallo stato di osservazione, occorre un mandato politico pieno ad una classe dirigente nuova, che abbia quel progetto che si diceva prima e una prospettiva di intervento perlomeno decennale (corrispondente a due mandati elettorali), quasi ciò che ha avuto a disposizione Silvio Berlusconi, gettandolo miseramente alle ortiche.
Allo stato pare impossibile che possa mai ripresentarsi l’occasione di quella rivoluzione liberale e (inevitabilmente) liberista, culturale e civica anzitutto, che serve all’Italia. Sta anche a tutti noi o, almeno, a coloro che ci credono, operare affinché possa ripresentarsi una simile opportunità – stavolta senza spreco.

Spero che Paolo Marini sia fra coloro che ci credono e che (ri)trovi la voglia di operare affinchè questa occasione non vada sprecata. Delegare diventa sempre più difficile ed imbarazzante…
Senza dubbio rispondo di si!