Francoforte ha smentito che sia imminente la fine della politica di moneta abbondante inaugurata dalla BCE di Mario Draghi, ma l’occasione delle voci circolate è comunque utile perché è giusto allarmarsi almeno un po’. Il sostegno non può durare all’infinito e, quando finirà, per l’Italia non sarà una cosa buona. Saremo i primi ad essere aggrediti dalla speculazione che farà seguito a quella svolta, a meno di aver messo a posto le nostre cose nel frattempo.
La manovra si chiama “quantitative easing” e l’astrusità del nome e del meccanismo sottostante, non invoglia certamente ad approfondire il tema, ma vale la pena di farlo, magari, chiediamo scusa, semplificando un pò le tecnicalità dell’argomento.
Possiamo innanzitutto tentare una traduzione che sia più comprensibile. Il QE è sostanzialmente un “alleggerimento” del peso che una economia sopporta per la crisi, mettendo a disposizione una notevole quantità di moneta che spontaneamente non ci sarebbe. Al QE si aggiunge poi un finanziamento a tasso zero alle Banche, a patto che lo destinino all’economia reale (si chiama Titrò, tanto per avere una sigla complicata in più).
La moneta immessa è corrispondente ad un debito che si assume una Banca Centrale, nel nostro caso la BCE, che non è una vera Banca centrale, ma riesce a realizzare l’operazione con una triangolazione basata sull’acquisto di titoli detenuti dalle Banche. Il valore dell’euro diminuisce, facilitando gli esportatori e facendo arrabbiare i tedeschi che in verità guadagnano margini e fanno salire il surplus tra import ed export oltre ogni limite consentito, ma si lamentano ugualmente per un presunto favore ai Paesi spendaccioni del Sud Europa.
Il risultato più immediato del QE avrebbe dovuto essere quello di innalzare l’inflazione (per l’Europa l’obiettivo è il 2%), ma qui cominciano le dolenti note, perché gli effetti sono stati molto flebili: si arriva al massimo allo 0,4.
Di norma, l’inflazione è una brutta bestia, che si mangia stipendi e pensioni e noi italiani lo sappiamo bene non avendo dimenticato il quasi 20% dei primi anni 80, ma in realtà l’inflazione è anche un lubrificante dello sviluppo, e entro certi limiti è benefica per soggetti come Stati, Banche, Imprese, e anche famiglie che hanno debiti.
Ma più in generale, il fatto che Francoforte immetta nel sistema 80 miliardi al mese, fa galleggiare tutti noi in un mare di soldi, anche se proprio non ci sembra. Ma, questo è il punto, galleggiare non è navigare.
Il rubinetto potrebbe chiudersi già a marzo 2017, anche se Draghi ha già fatto capire di volerlo prorogare fino al 2018. Non ne è sicuro né lui né noi, per ragioni politiche legate al panico che attraversa un’Europa alle prese con elezioni chiave (Germania e Francia) o referendum già paralizzanti, prima ancora di essere celebrati (Italia). Se vince il populismo, addio QE.
In USA, il giochino lo hanno già smontato introducendo – chiediamo scusa per un altro termine astruso – il tapering, cioè la chiusura graduale del rubinetto e da noi è bastato un accenno, per far perdere 7 punti al differenziale tra BTP e Bund, con salita del più noto spread.
Il problema vero è comunque quello di agire per tempo. Passato da Treviglio per presentare recentemente il suo libro, Carlo Cottarelli, una persona seria, ben lontana dalle demagogie del suo successore alla spending review, Perotti, ha affermato che l’Italia ce la può fare, ma non deve perdere tempo, e profittare, finchè può, di questa situazione eccezionale di bassissimo costo del denaro.
Si tratta insomma di fare con razionalità quello che l’Italia sarà costretta a fare con affanno quando il rubinetto si chiuderà: riforme economiche severe e soprattutto politiche di investimento pubblico, per alzare il denominatore del PIL, produrre avanzo primario consistente e quindi incidere finalmente sul debito.
Insomma, l’Italia della bassa crescita deve usare i miliardi che piovono da Francoforte non semplicemente per comprare tempo.
C’è infatti solo un’alternativa emergenziale a questa via graduale e virtuosa: tagliare pesantemente le spese e alzare di almeno due punti le imposte, anche ricorrendo alla patrimoniale, e questo diventerebbe un mestiere non da politici in cerca di voti, ma da troika in cerca di rientri del terzo debito del mondo.
Beppe Facchetti

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