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Nobel per il Krismatico Arcieri

di Giuseppe Mele | 8 Febbraio 2015

Ora che Arcieri se ne è andato a 73 anni, è partito un coro di elogi, meritato ma quasi fastidioso per l’evidente ipocrita insincerità.

 

Il 23 febbraio 1978 il Corrierone augurò, testuali parole, l’eutanasia “per il bene suo e di tutti noi” a Maurizio Arcieri, leader dei Chrisma, dopo che il cantante si era tranciato con un rasoio l’indice della mano sinistra in una balera di Reggiolo, troncando la contestazione del pubblico zittito dagli schizzi di sangue. L’augurio tranchant non era in realtà dovuto alla follia del gesto quanto a qualcosa di ancora peggio per il giornalismo dell’epoca. Se era indigesta la conversione dell’ugola orecchiabile di “Cinque minuti” all’underground post rock, più inaccettabile era la sua nuova filosofia de “l’italianità del punk”. Ora che Arcieri se ne è andato a 73 anni, è partito un coro di elogi, meritato ma quasi fastidioso per l’evidente ipocrita insincerità. L’occasione è buona per dare ragione alle idee del leader dei New Dada e dei Krisma. E per porsi qualche domanda sui destini tanto diversi vissuti tutt’oggi nello show business per esempio dagli eterni Morandi e Carrà e dall’isolato Krismatico. Ancora di più per chiedersi chi veramente, nell’area milanese varesotta, meritava il Nobel, se Dario Fo, con moglie Rame o piuttosto invece un Arcieri, con moglie svizzera Moser. I due, divisi da 15 anni di differenza, risoltisi a vantaggio del più vecchio, non hanno carriere troppo diverse. I primi 10 anni del biondo Dario è in Rai tra varietà e Canzonissima. Il decennio iniziale del biondissimo Maurizio è diviso tra gruppi beat, fotoromanzi e film leggeri incentrati sulla popolarità dei cantanti. Tra i due non c’è partita. Il cantante è nel ’68 all’apice del consenso, il più bello in assoluto sulla scena, l’unico all’altezza delle popstar importate e dei Bowie. Gli impegnati potevano storcere la bocca sia davanti alle canzoni d’amore (le stesse, in italiano, dei Rolling Stones) che agli sketch similVianello. Poi Dario e Maurizio sterzano. Il primo si butta in politica, satira impegnata di sinistra ed incomprensibile gramelot. Il secondo da Londra e New York diventa un antesignano del pop punk elettronico, destinato a dominare la scena nei decenni a seguire. E’ l’epoca della musica ritmata afrogiamaicana e dell’elettronica, più o meno dance. E’ il periodo in cui gli italiani per spopolare nelle disco si fanno passare da americani. Maurizio e la bella Moser, da sinceri naives non nascondono l’identità padanalpina. Non si fanno passare da Depeche latini. Ritessono il filo del mito tecnologico, onirico, tragico e vitalista della musica bianca tra le evocazioni di Ziggy e la spietatezza dark e New age. Non sbracano, come gran parte degli altri gruppi della new wave italiana, sullo ziganismo terzomondista , su un piagnucoloso neopascolismo, o su un nostrano country. Non a caso sembrano i cattivi del Novecento di Bertolucci o futuristi 3.0. Non inseguono vittimismi politico sessuali, anzi elevano il sex pop a categoria artistica. Ovviamente l’establishment culturale ha esaltato tutte le sfumature di errori e cantonate del Dario. E rifuggito neghittoso i pericolosi messaggi neanche troppo subliminali dei Karismatici che trattano ostentatamente di Tv e dei pappagalli trasformisti che abbaiano. La loro musica bianca, abbronzata a neve, esibizionista di forme e sesso, è italiana ed è punk, forma moderna di futurismo. Idolatrata in Giappone, qui finiva nei tuguri televisivi delle ultime trasmissioni kitsch. D’altronde il Karismatico da amico del popolo, non si vergognava di parlare dovunque e a tutti. Non aveva la furbizia e l’arte di chi, per testimoniare dell’eguaglianza tra gli uomini, ha bisogno di un palco ed una cattedra posti molto in alto. Ad Arcieri, vero interprete dell’innovazione anticipatore del tempo di Internet va un Nobel vero alla memoria, che risulterà meno fragile nel tempo di quelli burocratici.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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