
L’appello promosso del Nobel “ai bimbi si Gaza”, si presenta come un gesto puro: nessuna bandiera, nessun governo, solo l’infanzia. È una costruzione retorica efficace, e per questo va smontata con cura, non con indignazione.
Primo punto. I numeri citati — oltre 20.000 bambini uccisi, il 97% delle scuole inagibili — provengono dal ministero della sanità di Gaza, cioè da un’amministrazione controllata da Hamas. Non sono falsi per definizione, ma non sono verificabili in modo indipendente, e nessuno degli articoli citati lo segnala. Un appello che si fonda su cifre non verificate e le tratta come dato acquisito non fa informazione, fa propaganda travestita da pietà.
Secondo punto. L’appello nomina, en passant, “i bambini israeliani uccisi il 7 ottobre”, li mette in fila con ucraini, russi, iraniani, sudanesi. È un elenco che serve a produrre l’illusione dell’equidistanza, ma la simmetria è falsa. Il 7 ottobre non è stato un evento bellico tra eserciti: è stato un massacro pianificato di civili, bambini compresi, eseguito casa per casa, con l’obiettivo dichiarato di ripeterlo “una volta, due volte, dieci volte” finché Israele non sarà distrutto. Mettere sullo stesso piano le vittime di quel massacro e le vittime di una guerra che quel massacro ha innescato non è un atto di pace, è una cancellazione della causa a favore dell’effetto.
Terzo punto, il più grave e il meno discusso. Se davvero si vuole onorare i bambini di Gaza, la prima domanda da porre non è a chi dare un premio simbolico, ma perché quei bambini sono ancora ostaggio di una strategia militare che usa le scuole, gli ospedali, i tunnel sotto le abitazioni civili come infrastruttura bellica. Hamas non è un attore assente da questa tragedia: ne è il regista operativo. Un appello che elenca il 97% delle scuole danneggiate senza mai nominare chi ha trasformato quelle scuole in depositi di razzi non sta raccontando la guerra, ne sta raccontando solo la metà.
Quarto punto. Il richiamo ai mandati della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant viene usato come prova di colpevolezza già accertata. Non lo è: sono mandati, contestati da numerosi giuristi internazionali proprio per l’equiparazione — quella sì scandalosa — tra i leader di uno Stato democratico che risponde a un’aggressione e i capi di un’organizzazione terroristica che quell’aggressione ha compiuto. Citarli come dato di fatto morale, senza contraddittorio, è scegliere una parte e chiamarla neutralità.
Resta la domanda di fondo, quella che l’appello elude sistematicamente: un Nobel per la pace ai bambini di Gaza, in questo momento, in questa cornice narrativa, premierebbe l’infanzia come categoria astratta, o premierebbe implicitamente la lettura del conflitto che quella cornice porta con sé — quella di un aggressore identificato e mai nominato, e di una vittima collettiva che assorbe anche chi, in quella stessa striscia di terra, ha scelto la guerra come strategia di sopravvivenza politica. Chi firma quella mail a non sta solo dichiarando amore per l’infanzia. Sta firmando una lettura faziosa della storia. Vale la pena saperlo prima di scrivere il proprio nome.
Nico Kir

Mi dispiace di averla fatta indignare per aver acceso i riflettori sui bambini vittime delle guerre, compresi quelli morti a Gaza. Se ritiene che sia necessario stabilire un ordine di importanza tra i bambini uccisi nelle diverse guerre, siamo naturalmente disponibili a rivedere l’elenco e a verificare quali vittime, secondo lei, debbano essere ricordate prima delle altre. In alternativa, possiamo semplicemente eliminare il riferimento a Gaza e scrivere: “tutti i bambini vittime delle guerre”. Mi sembra però che il punto sia proprio questo: ricordare i bambini uccisi non dovrebbe richiedere una graduatoria delle loro sofferenze, né trasformarsi in un’occasione per stabilire quali vittime siano politicamente più opportune da nominare. Una vittima non diventa meno vittima perché ricordarla disturba la narrazione di qualcuno. Grazie comunque per il suggerimento. E mi raccomando: non si indigni.