E non si faccia finta di sgranare gli occhi come un pulcino che esce dall’uovo e vede il mondo per la prima volta!
Che gli stipendi dei (tantissimi) dirigenti della Rai, fossero di misura extra large lo sapevano più o meno tutti. E semmai si possono evidenziare due chicche venute fuori negli ultimi giorni: che anche chi da tempo è fuori dai palinsesti e non lavora più continua a riceve ugualmente molti soldi e che, a detta della stessa mamma Rai, “le remunerazioni delle posizioni apicali sono il 15% sotto quelle di mercato” (ma di quale “mercato” si parla nessuno lo sa).
Eppure è da domenica scorsa che i principali siti di news italiani ci danno notizia di quanto preannunciato da Antonio Campo Dall’Orto, il direttore generale “trasformato” in amministratore delegato dai “superpoteri” dalla riforma Rai uscita fuori qualche ora prima che scoppiassero i botti del capodanno 2015: la pubblicazione sul sito dell’azienda (oltre che dei dati riguardanti consulenze, appalti, bilanci e investimenti) di tutti i compensi dei dirigenti superiori ai 200mila euro e quelli dei consulenti e delle collaborazioni non artistiche superiori agli 80mila euro.
E, in effetti, da questa settimana, i dati e le cifre sono pubblici, innestando polemiche e discussioni anche politiche. Intanto Presidente e Amministratore delegato della Rai sono stati convocati per il 3 agosto dall’Autorità nazionale anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone, che sta esaminando l’esposto presentato tre mesi fa dal sindacato Usigrai sull’assunzione di una ventina di alti dirigenti esterni. Tutto secondo copione.
Aveva spiegato Campo Dall’Orto che la pubblicazione dei documenti è parte di un’iniziativa di “trasparenza” che ha l’obiettivo di rendere pubbliche alcune informazioni sulle attività e sulla gestione dei soldi interne alla Rai, quasi a volere dare all’attuale Consiglio di amministrazione il merito di voler fare tutto alla luce del sole …
Ma “solo per la precisione – interviene, pronto a fare valere i meriti dell’attuale Esecutivo, il sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni – ricordo che il piano trasparenza Rai è un obbligo previsto dalla riforma della governance voluta dal governo e votata dalla maggioranza parlamentare”.
In effetti la sua particolare natura giuridica quale ente concessionario del servizio generale pubblico radiotelevisivo italiano aveva sottratto la Rai al principio della trasparenza, inteso come «accessibilità totale» alle informazioni che riguardano l’organizzazione e l’attività dei soggetti pubblici (compresa l’indicazione dei compensi). Principio della trasparenza che, invece, per tutti i soggetti pubblici era stato affermato con decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, con l’ obiettivo di favorire un controllo diffuso da parte del cittadino sull’operato delle istituzioni e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.
Ma di altre considerazioni e più o meno animate schermaglie ne seguiranno nei prossimi giorni così tante altre, che non ci si vuole dilungare oltre.
Da utenti televisivi – e qui il discorso si allarga alla tv privata, alla quale però non paghiamo alcun canone – possiamo però dire che i lauti compensi degli amministratori producono pochi programmi di buona qualità, tutti comunque infarciti di pubblicità varia (a differenza di quanto fa la Bbc che non raccoglie pubblicità sul proprio territorio nazionale e separatamente gestisce una rete commerciale con contabilità distinta).
Alla RAI la “colpa” di non avere saputo rinnovarsi senza tradire quel ruolo fondamentale che pure negli anni passati ha avuto, quando per decenni ha funzionato come “collante” delle realtà sociali e come strumento di informazione e cultura.
Saltellando da un canale all’altro, non scorgiamo differenza tra tv privata e tv pubblica ma una incredibile omologazione dei programmi e del modo di dare le notizie.
Tant’è che quello che un tempo era quasi un tabù oggi è invece condivisibile: ridondante e dispendioso conservare allo Stato tre reti televisive. Ne basta una che sappia fare il suo mestiere e – specialmente in un tempo in cui le casse pubbliche sono così esangui – vendere le altre due magari dopo aver promulgato una buona legge che eviti la concentrazione delle testate giornalistiche in un unico centro imprenditoriale.

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