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No, la mafia non controlla il 50% del Pil italiano

Alcune affermazioni, semplicemente, non stanno né in cielo né in terra. L’editoriale di Istituto Bruno Leoni

di Redazione Pensalibero.it | 17 Gennaio 2023
Andrea Lucisano, CC BY-SA 4.0, attraverso Wikimedia Commons

Nel giorno dell’arresto del superlatitante Matteo Messina Denaro abbiamo letto con sorpresa l’intervista concessa dal pm belga Michel Claise al Fatto Quotidiano. Claise è il magistrato responsabile del Qatargate, quindi le sue parole hanno un peso specifico elevato. Ebbene: alcune sue affermazioni, semplicemente, non stanno né in cielo né in terra.

Dice Claise: “In Italia, mafie ricchissime stanno comprando una dopo l’altra tutte le aziende che stanno fallendo: il 50% dell’economia è attualmente nelle mani di mafie come Ndrangheta e Cosa Nostra. La situazione si è aggravata con la crisi del 2008 e ora con la pandemia di Covid”. Fare una simile affermazione significa non avere la minima contezza dei numeri né delle evidenze. Il Pil italiano è di circa 1.800 miliardi di euro, tenendo conto anche di una componente di circa l’11% di economia “non osservata”. La metà sono 900 miliardi: più del Pil di Belgio e Austria messi assieme. Tra l’altro, circa oltre il 50 per cento del prodotto nazionale è intermediato dallo Stato: se prese sul serio, le dichiarazioni del magistrato belga sembrerebbero implicare che l’intera economia privata (oppure, a scelta, quella pubblica) nel nostro paese è in mano alle mafie. Se così fosse, avremmo poco da festeggiare la cattura di Messina Denaro e dovremmo invece interrogarci su come sia possibile tutto questo. Ovviamente le cose non stanno così.

In realtà, per quanto sia difficile stimare il giro d’affari delle organizzazioni criminali, le valutazioni più credibili pongono l’asticella molto più in basso: a livello europeo si stima tra i 90 e i 190 miliardi di euro mentre per quanto riguarda l’Italia si parla di meno dell’1% del Pil, non il 50%.

Non solo. Al di là della stima sul costo delle mafie, è surreale l’interpretazione che ne dà il magistrato: l’idea che la criminalità organizzata possa crescere mettendo le mani su aziende fallite è demenziale. Se queste aziende sono sull’orlo della bancarotta è perché non sono in grado di stare in piedi: a meno che non si creda che le mafie sono organizzazioni di mutuo soccorso, le cose non possono stare così. È vero l’esatto contrario: le mafie utilizzano aziende che svolgono attività formalmente legittime per riciclare il denaro sporco. Queste aziende spesso godono di un vantaggio competitivo dovuto alle pressioni che la mafia esercita su banche, fornitori e clienti: e infatti, quando escono dall’orbita della mafia spesso falliscono. È un problema serio, che investe anche la pratica del sequestro e confisca di aziende mafiose e che appesantisce la crescita delle aree a maggiore densità mafiosa. Ma si tratta di una situazione diversa, anzi opposta, rispetto a quella descritta da Claise.

L’intervista contiene anche altre affermazioni fattualmente inverosimili (“nel solo porto di Anversa, in Belgio, la cocaina rappresenta dal 10% al 12% del totale annuo delle importazioni”) e opinioni quanto meno discutibili (“perché non immaginare, nel caso delle droghe pesanti, di considerare che anche chi consuma è parte della rete criminale?”). Bisogna soltanto sperare che l’attenzione e la cura con cui il magistrato conduce le sue indagini siano superiori a quelle di quando discetta di politica ed economia.

Istituto Bruno Leoni

Pubblicato in : EditorialeTag: banche, belgio, crisi, euro, italia, organizzazioni

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