Per il superamento degli egoismi della nuova classe sarebbe necessaria, come osserva Jordan, l’introduzione di un reddito minimo sociale garantito.

La causa di questo processo involutivo ricadrebbe sulla “scomparsa” della minaccia esterna del comunismo che, a partire dal 1929 sino agli anni Settanta del secolo scorso, ha determinato obtorto collo la progressiva diffusione del metodo democratico e la costruzione conseguente dello Stato sociale.
Secondo gli autori, la crisi attuale deriva dall’egemonia che i mercati finanziari hanno acquisito a partire dagli anni Ottanta, potendo così dettare ai singoli governi l’agenda anticrisi. In tal modo l’establishment economico-finanziario dei singoli sistemi sociali ha rifiutato la mediazione politica, confidando di poter uscire dalla crisi percorrendo vie diametralmente opposte a quelle percorse nel 1929/1932. Dopo il 1929, la crisi è stata sconfitta con un ampliamento della democrazia e con l’attuazione di linee di politica economica volte, sia a regolare gli animal spirit dello spontaneismo del mercato, sia ad allargare la protezione sociale. Le riforme che a tal fine sono state allora adottate sono rimaste in vigore sino agli anni Novanta, allorché è iniziata la loro progressiva contrazione che ha dato il via all’avvento dell’egemonia dei mercati finanziari.
L’emergere ed il diffondersi della crisi dopo il 2008 ha causato la restrizione del governo democratico e la sua sostituzione col governo tecnocratico europeo, la rinuncia alle politiche di pieno impiego, l’aumento della flessibilità del mercato del lavoro e il contenimento della spesa pubblica per finalità sociali. Di fronte a questa situazione, gli autori spiegano l’inerzia della società politica sostenendo che, a differenza degli anni Trenta e del primo dopoguerra, l’establishment economico-finanziario non si sarebbe preoccupato più di tanto di tale inerzia, considerando che, in assenza di minacce esterne, non avrebbe corso alcun rischio nel caso del peggioramento della crisi. All’indomani del 1929, come dopo il 1945, l’establishment avrebbe, invece, accettato la mediazione politica per paura dell’espansione dell’ideologia comunista; ma, a partire dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, si sarebbe definitivamente convinto che, qualora i suoi interessi fossero stati sacrificati dalle linee di una politica economica democratica sarebbe stato possibile impedirne l’attuazione nella certezza che i destinatari ultimi degli effetti della crisi non avrebbero dato inizio ad una rivoluzione sociale.
L’analisi di Caselli e Pastrello, per quanto convincente possa essere, è però squilibrata riguardo all’individuazione della causa della restrizione della democrazia e della riduzione del sistema delle garanzie sociali. È eccessivo pensare che il venire meno della sola minaccia esterna possa avere determinato l’egemonia dell’establishment economico sulla società politica. In realtà, l’involuzione della democrazia e del sistema delle garanzie sociali è imputabile, forse ancora più che alla minaccia esterna, al conservatorismo del cosiddetto ceto medio.
Il ceto medio, è tradizionalmente identificato con il raggruppamento sociale che, rispetto ai gruppi estremi, occupa per censo, prestigio, stile di vita e istruzione una posizione intermedia nella stratificazione sociale. Solitamente, il fatto che un sistema sociale annoveri fra raggruppamenti in esso operanti un ceto medio allargato è indice di benessere diffuso, ma anche di stabilità politica e sociale. L’importanza del ceto medio si è progressivamente espansa dopo il 1929 con il diffondersi della democrazia e con l’allargamento dello Stato sociale. Sennonché, il progressivo passaggio di buona parte di coloro che stavano peggio all’interno del ceto medio ha svuotato l’ideale ugualitario del quale il gruppo più disagiato era portatore, realizzando una soluzione incruenta del conflitto di classe e dando forza e credibilità alla cosiddetta Terza via del socialismo.
È difficile non condividere le critiche che i leader principali del movimento dei poveri formulano da tempo contro i limiti del possibile ruolo anticrisi del ceto medio. Per Bill Jordan, ad esempio, leader del movimento dei poveri della Gran Bretagna, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale, la grande maggioranza dei cittadini ha partecipato tramite i sindacati ed i partiti politici alla gestione dell’economia e della società ed ha usufruito di una serie di diritti civili, politici e sociali. Con l’acquisizione di tali diritti, quella maggioranza ha concorso a fondare una “democrazia di nuovi proprietari”, una “miscela” di individualismo e di autosufficienza esitata da tutti i suoi componenti ai quali il periodo precedente aveva garantito una crescente liberazione dal bisogno e che attualmente, per tutelare quanto hanno acquisito, sono refrattari ad un loro coinvolgimento nella cura della crisi dello Stato che in epoca precedente li aveva beneficati; ma sono anche indifferenti al mancato ruolo attivo della società politica nei confronti dell’establishment dell’”oligarchia economico-finanziaria”. Sono, infatti, i nuovi proprietari, cioè il ceto medio, i “conservatori” che frenano l’approvazione di una qualsiasi politica di crescita e sviluppo e che, pur di salvare la sicurezza acquisita, sono indifferenti al mancato ruolo attivo anticrisi della società politica.
Per il superamento degli egoismi della nuova classe sarebbe necessaria, come osserva Jordan, l’introduzione di un reddito minimo sociale garantito; ma l’introduzione di tale forma di reddito dovrebbe avvenire, non solo attraverso una ridistribuzione dei livelli del reddito corrente, ma anche attraverso una profonda ridistribuzione della ricchezza già accumulata e concentrata nei raggruppamenti sociali alti. Un simile provvedimento potrebbe contribuire, sia al superamento del tendenziale conservatorismo del ceto medio, sia alla rimozione del fenomeno, centro e motore della crisi attuale, della finanziarizzazione della ricchezza, base del potere dei mercati finanziari. Questa sembra costituire la prospettiva di azione politica più rispondente alla necessità di fuoriuscire dalla crisi, perché la comparsa di una nuova “minaccia esterna” idonea a ristabilire il clima sociale degli anni Venti o quello del periodo a cavallo degli anni Quaranta-Cinquanta del secolo scorso, oltre che improbabile è anche non auspicabile per gli effetti negativi che avrebbe nei confronti degli aspetti vantaggiosi dell’integrazione sopranazionale delle economie nazionali.

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