Niente sarà come prima vale per
tutto, a partire dalla politica, dalla sanità, dal welfare. Anzi, è già
successo: nulla è più come prima!
Abbiamo un po’ di storia sul virus, dobbiamo cambiare approccio su tutto.
Il Comune , istituzione che può e deve controllare il territorio, lo deve fare
per primo, come fece cento anni fa l’amministrazione socialista municipalista
del sindaco di Milano Caldara.
Ci rendiamo conto però che nel momento nel quale faticano anche istituzioni
considerate moderne e proiettate verso il futuro come la Milano internazionale
che abbiamo decantato fino ad oggi, pretendere che la politica centralista,
romanocentrica e burocratica che con diverse colorazioni è al governo dalla
fine della cosiddetta “prima Repubblica”, sia pronta a recepire il cambiamento
di passo e di metodo necessario è un po’ troppo. Qualcosa di meglio, tuttavia,
era lecito aspettarsi dal Governo Conte in carica, almeno in termini di innovazione
sui provvedimenti politici e amministrativi per l’emergenza.
Un primo intervento concentrato laddove l’emergenza è scoppiata; il successivo
sul resto del Paese e la progettazione dell’uscita dalla grave crisi economica
e sociale che arriverà in un contesto che già faticava per problemi strutturali
: tempi e modi di intervento diversi, da studiare e realizzare nel più breve
tempo possibile, coinvolgendo a livelli e modi opportuni tutte le forze di cui
si può disporre; questo è quanto avremmo avuto bisogno, con una regia politica
coerente.
L’autorità politica, a tutti i livelli, ha invece delegato al mondo
scientifico, inevitabilmente inizialmente diviso e con pareri in evoluzione,
l’onere della scelta sulle misure di emergenza sanitaria nell’illusione di
potersi deresponsabilizzare.
Dopo aver correttamente individuato il focus nelle zone rosse di Codogno e Vò
Euganeo – laddove infatti la situazione si sta risolvendo dopo tre settimane di
pressione massima – la tentazione di “pensare a tutto e tutti” e la temeraria
affermazione “nessuno perderà nulla” ha portato ad una serie di errori gravi :
la mancata dichiarazione di zona rossa in provincia di Bergamo, la
dichiarazione di “tutti rossi” e quindi “nessun rosso” estesa all’intero paese,
con la conseguente impossibilità ad individuare livelli progressivi di
intervento; la nomina tardiva e farraginosa di commissari e soprattutto delle
procedure commissariali, con la conseguenza di impiegare tre settimane ad
esplicare anacronistiche “gare Consip” nazionali per il materiale sanitario
subito indispensabile; la scelta per un decreto d’urgenza che arriva dopo una
settimana di tira e molla in versione sempiterna Milleproroghe, che non dà
soldi alla Rai per decenza dell’ultimo minuto, ma in un colpo statalizza Alitalia
e Meridiana impegnando 500 preziosissimi milioni di euro nello stesso giorno
nel quale la catastrofe del settore aereo declassa la Lufthansa, fino a ieri
una delle più solide compagnie al mondo, a portatrice di “junk bonds”.
Intendiamoci, 25 miliardi sul tavolo, di cui 10 miliardi di sostegno al reddito
, sono un intervento indispensabile e tutto sommato tempestivo : ma perché
dividerlo in decine di tipologie di misure, su molte delle quali la somma
destinata è palesemente inadeguata ed irrilevante e per di più frammentata su
decine di voci di bilancio, con la grottesca conseguenza di dover introdurre le
lotterie telematiche, quando la prima regola delle emergenze è concentrarsi su
poche e riconosciute urgenze e con poche e chiare misure?
Sarebbe invece servita la sospensione dell’applicazione di norme -che peraltro
andavano cestinate anche in tempi ordinari – nelle zone rosse (che però non ci
sono ! ), la cassa integrazione in deroga per tutti per un mese, qualche
miliardo in mano a una gestione commissariale del sistema sanitario, suddivisi
tra zona rossa che interviene con procedure da situazione di guerra e zona
arancione che si deve preparare all’impatto; il blocco per due mesi di tutte le
scadenze fiscali, periodo necessario per individuare con meno approssimazione i
settori e la popolazione sulla quale intervenire con la revisione delle
imposte, guardandosi dall’inseguire Salvini sulla rovinosa strada del
generalizzato non pagamento delle tasse, che darebbe il colpo di grazia al già
disastrato bilancio statale provocando la catastrofe di tutti i servizi.
Dopo questo esordio quantomeno zoppicante, i prossimi scalini saranno ancora
più alti e difficili da superare, ragione per la quale sarà meglio ponderare
bene alcuni indispensabili provvedimenti: una corposa iniezione di denaro alle
imprese per evitare che falliscano e si verifichi una crisi dell’offerta cui
nessun reddito di cittadinanza al mondo potrebbe rimediare, da farsi con i
fondi europei per gli investimenti; una globale riforma della finanza locale,
senza la quale il fallimento di tutti i Comuni d’Italia è già scritto (solo al
Comune di Milano il lock out costerà almeno 150/200 milioni di minori entrate,
che scardineranno un equilibrio già faticosamente raggiunto) ; la totale
riforma del sistema di welfare e di sanità sul territorio; il rilancio
dell’economia e dell’apparato produttivo nelle aree del Nord; il cambiamento
dei modelli sociali ed economici diversi fra le aree italiane che usciranno con
differenze ancora più profonde ed insanabili da questa crisi planetaria; la
rifondazione dell’Unione europea, unica dimensione possibile di ricostruzione
di una identità e comunità in grado di non essere spazzata via dalla faccia
della storia.
Pensare di farlo con il fardello delle Leggi Madia, con la giustizia che avrà
accumulato un anno secco di ritardo sui suoi ritardi medi pluriennali, con il
codice appalti che affida ad una specie di “Precrime” stile Minority Report la
gestione impossibile della Pubblica Amministrazione e con il peronismo del reddito
di cittadinanza e quota 100, è peggio che un crimine, è un errore.
Il futuro è adesso! E la scelta di nuove strutture istituzionali, di nuovi
metodi e soprattutto di nuove responsabilità civili e sociali è già in ritardo
perché, nonostante l’oggettiva difficoltà contingente ad andare in direzione
ostinata e contraria, la soluzione dei problemi non sta in un rinnovato (?)
centralismo.
Nel nostro piccolo, noi ci siamo e ci saremo.
Franco D’Alfonso (Alleanza Civica)

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