
Il consenso di Benjamin Netanyahu in Israele viene spesso interpretato in modo superficiale, soprattutto fuori dai confini del Paese. Molti osservatori occidentali tendono a valutarlo esclusivamente attraverso le polemiche politiche interne o il conflitto israelo palestinese, senza considerare il contesto strategico nel quale vive quotidianamente la società israeliana.
Per una larga parte degli israeliani Netanyahu rappresenta prima di tutto un leader che, nel corso degli anni, ha garantito crescita economica, stabilità istituzionale e una forte proiezione internazionale. Durante i suoi governi Israele si è consolidato come una delle principali potenze mondiali dell’innovazione tecnologica, attirando investimenti, sviluppando il settore high tech e rafforzando i rapporti economici e diplomatici con numerosi Paesi.
Ma il vero cuore del consenso resta la sicurezza nazionale.
Israele vive da decenni sotto una pressione costante. Minacce provenienti da Gaza, Hezbollah in Libano, milizie filo iraniane in Siria, terrorismo e una situazione regionale spesso instabile hanno creato una mentalità nella quale la capacità di proteggere il Paese assume un peso enorme nelle scelte elettorali.
Dopo il massacro del 7 ottobre 2023, una parte significativa della popolazione israeliana si è ulteriormente convinta che le minacce contro Israele non siano ipotesi teoriche ma pericoli concreti e immediati. In questo scenario Netanyahu viene percepito da molti come un leader disposto a prendere decisioni dure pur di garantire la sopravvivenza dello Stato.
Esiste poi la questione iraniana. Da oltre vent’anni Netanyahu sostiene che la principale minaccia strategica per Israele sia rappresentata dalla Repubblica Islamica dell’Iran, dal suo programma nucleare e dalla rete di organizzazioni armate che sostiene nella regione. Molti israeliani ritengono che gli sviluppi
degli ultimi anni abbiano confermato queste preoccupazioni e vedono nella sua linea politica una lettura realistica degli equilibri mediorientali.
Naturalmente Netanyahu non gode di un consenso unanime. Una parte importante della società israeliana lo critica duramente, accusandolo di aver contribuito alla polarizzazione politica del Paese e di aver commesso errori nella gestione di diverse crisi. Le proteste contro il suo governo sono state numerose e spesso molto partecipate.
Tuttavia Israele presenta una caratteristica che spesso sfugge agli osservatori stranieri. Un leader può essere contestato su molti aspetti della politica interna e continuare a essere considerato il più affidabile quando si parla di sicurezza nazionale.
A questo si aggiunge un altro elemento decisivo: la scarsa capacità delle alternative di apparire realmente credibili agli occhi di una larga parte dell’elettorato. Dalla destra più radicale, spesso percepita come troppo ideologica e poco adatta alla gestione degli equilibri internazionali, fino alla sinistra moderata e ai partiti centristi, che molti israeliani considerano privi della necessaria fermezza nei confronti delle minacce esterne, nessuna forza politica è riuscita finora a costruire una leadership capace di sostituire Netanyahu con la stessa autorevolezza.
In una nazione che vive circondata da crisi regionali, organizzazioni armate ostili e dalla costante pressione esercitata dall’Iran e dai suoi alleati, l’esperienza tende ad avere un valore politico superiore rispetto al desiderio di cambiamento. Per questo motivo molti israeliani, pur non condividendo tutte le scelte del loro Primo Ministro, continuano a considerarlo la figura più adatta a guidare il Paese in una delle fasi più difficili della sua storia recente.
È proprio questa combinazione di esperienza, percezione della minaccia e assenza di alternative realmente convincenti che contribuisce a spiegare perché Netanyahu continui a mantenere un consenso significativo all’interno della società israeliana, nonostante anni di polemiche, contestazioni e scontri politici.
Chi osserva Israele dall’esterno spesso guarda soltanto alle critiche rivolte a Netanyahu. Chi vive in Israele, invece, tende a chiedersi soprattutto chi potrebbe sostituirlo. Ed è proprio in questa domanda che si trova una parte importante della risposta.
Piero Terracina

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