
Il Corriere della Sera ricorda con una pagina Alfio Russo, direttore in via Solferino dal 1961 al 1968, una redazione dove si impara presto che tutto sta nei dettagli. Ma anche nelle maiuscole, da usare con parsimonia, e nelle didascalie: “Per giudicare un giornalista guardate come scrive una didascalia, non un’articolessa di cento righe. Se assolve al compito primario ma non banale di far capire chi sono i personaggi in fotografia, dando il massimo di informazioni possibili in poco spazio senza fare confusione, allora c’è qualche speranza che l’autore si rivelerà un collega capace”. Musica per le mie orecchie, avendo passato anni a litigare con chi, per far prima, era solito cavarsela con “il tavolo dei relatori” per non fare la fatica di individuare gli stessi.
Alfio Russo è stato un maestro per molto altro e il libro di Alfio Bonaccorso lo inquadra al meglio.
Peccato che il suo Corriere cada in fallo in due articoli pubblicati proprio ieri. Nel ricordo di Igor Protti è di cattivo gusto citare tra i tanti solo il necrologio di Urbano Cairo (presidente del Torino ed editore del Corriere), mentre nello sport colpisce un sommario di un’intervista a Kropp. “Ho capito che ho compiuto 59 anni e sono ancora un’idiota”. Scritto con l’apostrofo che non ci va.
A chi non è mai scappato un refuso? Il mio vicedirettore Carlo Accorsi, alla Gazzetta di Mantova, ripeteva: “Chi lavora sbaglia”.
Alfio Russo perdonerà i peccatori.
Paolo Boldrini

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