Nel segno della continuità. E’ questa la caratteristica principale, dal punto di vista del programma, del secondo mandato di Claudio Martini alla guida della Toscana. Difficilmente poteva essere diversamente. Il risultato elettorale del resto era stato nettissimo. Per condivisione degli obiettivi, per conformismo, per mancanza di alternative praticabili, sia come sia, il fatto è che la stragrande maggioranza dei toscani condivide il modo con cui viene amministrata la Toscana. Il centro sinistra parla addirittura di un “modello toscano” basato sullo sviluppo sostenibile, sulla qualità della vita, sulla solidarietà. Non è così, anche se diversi risultati sono stati raggiunti. I Ds hanno costruito un tipo di società coerente alla loro filosofia politica che non è più quella comunista ma non è nemmeno quella liberaldemocratica tipica di un paese occidentale. Ne è venuto fuori un ibrido, la Toscana appunto, con i suoi pregi e i suoi difetti. Una società dove tutto è gestito direttamente o indirettamente dalla mano pubblica. Non si fa niente senza che il potere politico lo voglia. E il potere politico non si limita a creare le condizioni perché i soggetti privati “facciano”, ma il più delle volte gestisce direttamente e quando non gestisce indirizza in modo vincolante. L’alleanza dei Ds con la Margherita ha poi portato sotto il controllo politico della stessa parte anche il potere economico delle banche, da sempre, e anche oggi, in mano ai vecchi Dc. Nella prima repubblica il sistema bancario costituiva una sorta di contropotere al Pci, oggi è un valido supporto dei Democratici di sinistra. Insieme controllano tutto. Anche chi in linea di principio potrebbe non condividere, categorie economiche, industriali etc., si adegua. Del resto nel modello toscano c’è spazio per tutti basta non disturbare il manovratore. Ne viene fuori una società statica, in larga misura incapace di competere, fortemente terziarizzata. In alcune realtà, il lavoro è quello garantito da un ente locale, dall’Asl, dalle cooperative di servizi che vengono fatte passare per privatizzazioni. Il turismo con il suo indotto porta un po’ di vivacità. Il resto è ordinaria amministrazione. Il programma illustrato da Martini segue questi canoni. Grande attenzione all’economia, all’emergenza casa, ai diritti. Così la giunta si prepara a rilanciare la competitività attraverso la creazione di un “distretto tecnologico regionale”, a risolvere la questione sfratti costruendo 1200 case da dare in affitto, a promuovere i diritti battendosi contro il Governo al grido “la Costituzione non si tocca”. Una politica rispettabile oltre che legittima ma che non è adeguata ai tempi. Le rendite di posizione sono finite da tempo. La Toscana gode di alcuni vantaggi competitivi che fino ad oggi le hanno permesso di stare a metà classifica fra le regioni italiane. Siamo la prima fra le regioni del centro sud. E quasi nessuno ha il territorio, i paesaggi, l’arte, il mare e le colline che abbiamo noi. I tempi sono cambiati. La nostra struttura produttiva fatta di piccole e piccolissime aziende è fra le più esposte alla concorrenza internazionale. La nostra rete infrastrutturale sconta i macroscopici errori fatti in passato dalla sinistra al potere. La rete di servizi, fattore competitivo fra i più importanti, risponde a logiche di partito e non di efficienza. Privatizzazioni e liberalizzazioni vere sono ancora da fare. Queste sono le emergenze sulle quali confrontarci. Al modello burocratico e statico della regione va opposto un altro modello fondato sui principi e i valori della cultura liberaldemocratica. L’opposizione, se ne è capace, deve battere un colpo.
NESSUNA NOVITA’ NEL PROGRAMMA DELLA NUOVA GIUNTA MARTINI. PAROLA D’ORDINE: MANTENERE LO STATUS QUO
Nel segno della continuità. E’ questa la caratteristica principale, dal punto di vista del programma, del secondo mandato di Claudio Martini alla guida della Toscana. Difficilmente poteva essere diversamente. Il risultato elettorale del resto era stato nettissimo.

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